viernes, septiembre 12, 2008

Saber quien se es


 
 
Saber quien es
Ha sido siempre el privilegio
De la víctima
Conocer cuánto se puede soportar
Es el arma
(Que no se desenfunda)
No habiendo Otros a la vista
Se escribe entonces por motivos inferiores
Pagando caro (a cuenta) el uso de cada palabra
 
El Himen Himeneo
Llama desde la podredumbre
Bajo el fragor de la hojarasca
Aunque ya no suene la siringa
Y el oboe melodioso haya tragado tanta tierra
Toda vida paralela se onanisma
 
Los muertos (ya lo ves)            
No se cansan de parir y construir   
Su propia muerte
Mientras los que están hechos como nosotros
Se empeñan más y más en devorarse
 
Como espantado de mí mismo
Y de mi historia   
Surco el aire a veces:
Así la huella del murciélago
Abrió esta grieta en la tarde
 

 

Foto: Eduardo Nico (Magoo)


lunes, julio 28, 2008

Alda Merini



Ansia

Ora che io riposo
nella certezza del tuo ritorno
e sento che l' ore
si caricano d' aspettazione
e dànno il frumento divino
dei desideri del corpo,
ora che sul vigoroso
sfondo del tuo avvicinarti
ogni sfiducia
è sollevata ed ammessa
al triplice riferimento
delle cose concrete,
accordo questo tormento
alla notturna carità di un suono.


(...)

Ascolta, il passo breve delle cose
-assai più breve delle tue finestre-
quel respiro che esce dal tuo sguardo
chiama un nome inmediato: la tua donna.
E fatta di ombra e ciclamini,
ti chiede il tuo mistero
e tu non lo sai dare.
Con le mani
sfiori profili di una lunga serie di segni
che si chiamano rime.
Sotto, credi,
c'è presenza vera di foglie;
un incredibile cammino
che diventa una meta di coraggio.


E più facile ancora

E più facile ancora mi sarebbe
scendere a te per le più buie scale,
quelle del desiderio che mi assalta
come lupo infecondo nella notte.

So che tu coglieresti dei miei frutti
con le mani sapienti del perdono...

E so anche che mi ami di un amore
casto, infinito, regno di tristezza...

Ma io il pianto per te l'ho levigato
giorno per giorno come luce piena
e lo rimando tacita ai miei occhi
che, se ti guardo, vivono di stelle.


(...)

Io era un uccello
dal bianco ventre gentile,
qualcuno mi ha tagliato la gola
per riderci sopra
non so.
Io ero un albatro grande
e volteggiavo sui mari.
Qualcuno ha fermato il mio viaggio,
senza nessuna carità di suono.
Ma anche distesa per terra
io canto ora per te
le mie canzoni d'amore.


Alda Merini, "folle, folle, folle di amore per te". Salani Editore (2002).

Foto: Pihué.

sábado, julio 19, 2008

ITALO MAGOO III


Le mosche

(Versión del cuento de Horacio Quiroga)


Quando sfoltirono la foresta

L'anno scorso

Gli uomini abbatterono quest'albero

Che giace in un deserto di ceneri

E conserva (quasi intatta) la sua corteccia

Seduto, con il dorso appoggiato al tronco

Anch'io sto fermo

Immobile


In un punto della schiena

(Non so quale)

La colonna vertebrale mi si è spezzata

E così come sono caduto dall'alto

Rimango seduto

(Rotto, sarebbe meglio dire)

Contro l'albero rotto


Presto ho cominciato a sentire un ronzio

(Il ronzio della lesione al midollo, penso)

Che lo inonda tutto

Non posso più muovere le mani

Qualche dito riesce però a scorrere le cenere


Chiarissima e capitale

Mai se n'è presentata alla mia mente, deflagrante

Come un gran colpo assestato in silenzio

Una più netta verità:

Tra un instante morirò

Tutte le altre, fluttuano danzando

In un riverbero lontanissimo di un altro io


Ma quando?

In che istante quest'esasperata coscienza

(Di star vivendo ancora)

Lascerà il posto ad un quieto cadavere?

Nessuno si avvicina a questo terreno

E nessuno si avvicinerà...


Per l'uomo che è seduto lì

Così come per il tronco che lo sostiene

Le piogge si succederanno bagnando corteccia e vestiti

Il sole asciugherà licheni e capelli

Finché la foresta non ricrescerà di nuovo

Unificando alberi e potassio


Questa è la verità

E nulla nella serenità dell'aria la denuncia!

Ma per l'oscura animalità che resiste

Per il battito e il respiro minacciati di morte:

Che vale la verità, di fronte alla barbara inquietudine

Dell'instante preciso, che scoppierà come un petardo

Lasciando come unico residuo

Un ex uomo il cui volto guarda fisso, davanti a sé?


Il ronzio aumenta

Continuo

Si stende adesso sui miei occhi, un velo di densa tenebra

E poi vedo la porta della muraglia

Che circonda la piazza di un mercato marocchino:

Da uno dei battenti esce al galoppo sfrenato un branco di puledri bianchi...

Voglio chiudere gli occhi e non ne sono più capace

In una stanzetta d'ospedale quattro medici

Si ostinano a convincermi che non morirò


-Allora, dice uno, non le rimane altra prova per convincersi se non la gabbietta di mosche. Io ne ho una. Mosche verdi da punta, le affitto a prezzo modico.


Improvvisa si fa strada in me la rivelazione:

Le mosche!

Sono loro che ronzano!

Da quando sono caduto sono subito accorse

Hanno già fiutato la prossima decomposizione dell'uomo seduto

E volano tutto intorno senza fretta

Misurando con gli occhi le proporzioni del nido

Che la sorte ha offerto alle loro uova


Ma ecco che quell'ansia disperata di resistenza, si placa

Non mi sento più un punto immobile

Sulla terra

Radicato nel terreno

Da una pesantissima tortura

Sento che fluisce da me, insieme alla vita

Anche la leggerezza dell'aria che mi circonda

La fecondità dell'ora


Libero dallo spazio e dal tempo

Posso andare qui, lì, su quest'albero, su quella liana

Posso alzarmi e volare, e volo

E mi poso con le mie compagne sul tronco caduto

In mezzo ai raggi di sole

Che prestano il loro fuoco

Alla nostra opera

Di vitale rinnovamento


Foto: Gustavo Piccinini


Casa


I

Un primo cieco tentativo svanisce. Fu languido quel bacio di debole rugiada. Buttammo giù quella parete, per scoprire dall’altro lato, una bellissima finestra ad arco dai contorni celesti. Sapevamo che era lì ma fino a quel giorno non avevamo mai pensato di averla vista. Un gesto triste...vano. Ora lo spazio vuoto era più grande. E io e te a casa, e tutto il tempo davanti a noi, e forse altre case e altri cieli incorniciati, belli e terrificanti.

In questa casa svuotata, io costruisco un corpo di fronte a te, il mio. Così inizia la felicità, una scia di lumaca bianca e azzurra con la casa sulle spalle, con calde stufe quando piove, con pavimenti di mattoni irregolari e muri enormi, che la cresta fiera di una palma incorona. Non siamo architetti arabi, lo so, e non faremo della nostra piccola felicità palazzi voluttuosi. Siamo soltanto lumache e lasciamo nostro malgrado, questa bava appiccicosa dove ci trasciniamo. Quella vita che andiamo perdendo. Tra finestra e finestra, fra i quadrati consumati del cortile, nei vecchi vasi senza fiori e nell’enorme corridoio che non mi stanco di pulire, la follia dimora.

Ti confesso con tutta l’anima, che non so vivere, che tutto si squarcia sotto i miei piedi, che inganno, m’inganno, vedo doppio e solo la scrittura mi restituisce un po’ d’integrità. Credo che questa casa si possa svuotare ancora, recintarla in modo che nessuno veda ciò che succede dentro, proibirla, isolarla, aprirla più ancora verso il cielo. Potremmo perfino trascinarla in campagna, inondarla in parte. È talmente acqua questa felicità che voglio dividere con te, che non vorrei più bagnarmi solo. Senza fontana, senza oche, tuffi di bimbi. Senza casa.

II

Giochiamo sempre. Sto giocando. Abbiamo sempre giocato e tu vincevi sempre. Se alla fine ho vinto io fu perché sei stata tu a lasciarmi… Vedi, vedi, lì stà la tua follia, pulita e chiara come quando io ti sognavo, perché...Come potrebbe un ragazzo sporco, e cupo, immaginare una donna felice? Ti ho incontrato in quella stanza che abbiamo costruito, che io volevo fare per te e tu volevi. È l’unica cosa piena in uno spazio interamente vuoto. Lì in fondo, nel retro, con il rumore dei treni e la musica degli antenati, dove ci si abbandona all’amore. Altare pagano, cucina di fragranze, enumerazione. Quel luogo traboccante di peccati, come un confessionale.

Fu un miracolo che ottenessi il mio rispetto per il tuo antro, appena pronto e ancor prima che fosse colmato dalla tua presenza. Davanti a quella magia m’inchino all’inizio di questa felicità fatta di paura, svuotata come un calco “nei” nostri corpi.

III

Io ti festeggio casa, antica casa, mura bianche, finestre ad arco, aria andalusa, vetri celesti e rosati, libri e cani. Festeggio il tuo cullare che annuncia le fusa di una donna avida, sincera, piccola ed infinita, che è venuta ad abitarmi, ad essere un corpo in questo nulla, in questa collezione di fantasie che mi si stacca e che io chiamo, “la nostra casa”.


Foto: Gustavo Piccinini
Traduzione: Willy Becherelli-Andrea Minca


viernes, julio 11, 2008

Mariano Guzmán



La parte líquida del mundo

Lo mío no es ni aversión ni conducta adquirida por hábitos extravagantes.
Los he visto pasearse en cuanto acuario he visitado y cada vez que en mis innumerables travesías oceánicas los he encontrado. En todas sus formas y tamaños, colores y texturas, me han parecido seres admirables. Durante el diluvio universal han sido privilegiados y su territorio nos sigue siendo vedado. No tengo nada en contra de los peces, pero admitámoslo de una vez y para siempre: No es posible abrazarlos, y con esto todo queda dicho.

Animales de montaña y grandes felinos


Las cabras, con todo lo que ellas implican, han saltado año tras año las mismas rocas. Algunos, los más, piensan que disfrutan de su vida natural, al igual que los grandes felinos. Yo sigo confiando en aquella premisa que aprendí de muy pequeño. Todo aquél que tiene que ocupar cada instante de su vida en la tarea de la supervivencia no puede ser feliz. Por cierto es un espectáculo encantador ver sus cabriolas, su habilidad para la caza, su certidumbre y su instinto. Prefiero tenerlos como mascotas y mi almohada seguramente es mucho más feliz que todos ellos. No hay nada que indique que debemos dejar que la naturaleza siga su curso. Por cierto sabemos es nuestra peor enemiga.

Con los ojos aún abiertos


La mañana me ha encontrado más de una vez observando detenidamente cada uno de los objetos que me rodean. En el mismo instante en el cual descubro su próxima lejanía puedo finalmente conciliar el sueño. Sé ya es tarde, pero al fin he descubierto la única manera de domesticarlos.

El alcance universal


Quién no ha tenido alguna vez la sensación de haber alcanzado la certidumbre, ese instante único en el que todo parece comprenderse. Es sólo un pequeño fragmento que por irrepetible no se convierte en conjuro. Una vez que nos ha ocurrido, pasamos a ser parte de aquellos signados por la finitud. La muerte se ha hecho presente y no va a abandonarnos nunca más. Pero hay que saber detenerse a tiempo.

Sustracción


Más de una vez he pensado que todas las cosas que me ocurrían tenían algo para decirme. Que existía un plan trazado para mí del cual no podía escaparme.
Tantas otras he pensado lo contrario, que nada tenía un sentido preciso y que a cada instante yo iba decidiendo mi destino. Hoy pienso que es mejor no pensarlo, que agregar un misterio a otro solo dará por resultado una ecuación matemática.
No tengo ya un pensamiento matemático, excepto cuando cuento los días que me va restando vivir.

No resulta simpático


Pienso en las palabras como el relleno del cual se valen las almohadas para hacernos dormir. Refutar desde los insomnes sería una solución fácil, pero pienso que los que no concilian el sueño son contrincantes nobles. No dirimen el pleito desde la comodidad.


Mariano Guzmán ha publicado, con Guillermo Giampietro "Los emblemas, males en la tumba", con Pablo Makovsky Mier "Turkey Alley Rumble Sex" (Ediciones Fray Santiago) y "Las formas del Desierto" (1995), con ilustraciones de David Nahón. El presente texto es inédito.

Foto: Magoo


jueves, junio 05, 2008

Puros por cruza






Si al hijo de blanco con negra se lo llamó mulato
Al de negro con india, zambo
Si al de negro con zamba (Quipildor), zambo prieto.
Al de español con india, mestizo
Con mestiza, castizo
Con castiza: español.
Si galaico o godo con mulata, hace un morisco
Con morisca: albino
Español con albina (ahijuna), negro marcha atrás.

Según otros, de indio con mestiza
Sale coyote
De negro con india, lobo
De lobo con india, zambaigo
Indio con zambaiga, ya le viene albazarrado
Con albazarrada, chamizo
Con chamiza, cambujo
Indio con cambuja, ay ay ay: negro marcha atrás con pelo liso
(Es decir, empleado municipal)

Si entre europeo y mestiza hay comercio, viene la cuarterona
De tano recién llegado y cuarterona, la ochavona de zaguán
Y con la ochavona, la puchüela, enteramente blanca
Y un poco desabrida (como la maizena)

El mulato morisco, dicen
Bien podía ser muy rubio y hasta de ojos celestes
Don Juan Manuel (maestro en el negrear y esclavista)
¿No podría muy bien, haberlo sido?
¿No sería hora ya, de precisar, si ese sillón
Que de culo en culo (negro) van pasando
Fue de un Rivadavia pardo o zambo?
Por su piel yo me pregunto,
Que es la de la negrada argentina:
¿Bernardino fue cocho, loro,
Cambujo, jorocho o chino?

¡Argentina: un país de fantasía!
El pelpa reluciente, envuelve ese chocolatín
Un tanto amargo
De un amargo retroactivo (obrero)

Si mi orgullo fue la Baya:
¿No será baya también su patria, baya la potra
Bayo, tu pecho?
¿No es tu argentina luz de Luna, la que las aguas del Plata, platean?
¿No es de Sierras Bayas, el argento?
¿No es el Río que la lleva, bayo, bello y argentino, hasta el lamento?


Ilustración: Gustavo Piccinini
En audio: Radiodrama realizado por Héctor Ledo sobre el texto de Eduardo Nico (Magoo).

domingo, mayo 18, 2008

Leimon








-Como pasto (verde) te comería
Como pasto
Y por mi esófago el pastito
Pasaría
Como un vino que se espuma
Haciendo hilillos en el surco

Así al Biguá caballar
Se le espejaba
El rosado prado de las viñas
(Que) tirando del arado
De la donosa Pasto Verde
(Quilla profunda y contrabalanceada popa )
Bien supieron cultivar

-Como lobo te comería, por tus ojos

Al caer la tarde
Y con el vino
Reposan los animalitos
Cansados de galopear
En su jaula de huesos

-Yo, luna tibia

Ella sueña entre arcos
Con la resurrección de una flor del rosedal:

-Quien no conoce los besos de Afrodita
No sabe de qué están hechas estas rosas...

-¡Ay, ay, ay! Habría que morirse
Al menos una vez, antes de morir
Para poder elegir, ser otro (¿potro?)

Le decía el Biguá a Dionisio (peoncito caballerizo)
Mientras éste le escanceaba el vino, con el agua helada
Que venía del molino

-¿Y qué animal querrias ser vos? ¿Un colibrí, acaso?¿Un toro, una serpiente…un pez?
-Un padrillo de cabaña.
-¿Una yegua que tire el carro?
-Ya sé. Un actor de film porno, con mucho movimiento de labio, como Mister Ed.
-¡Wilbur!!! ¡Ja! Esa sí que está buena.

Biguá, que atraviesa todos los estadios de la borrachera
Yace en los brazos de Baco
Inclinando la testuz sobre un costado del bebedero
Esta echado de panza
Sobre un gran charco rojo sangre
(El sol, en tanto, está queriendo ponerse)
A la Pasto (verde), él la llamaba Victoria
Cuando se estaban por conocer
Aunque ella decía ser lunática: Selene
Como parva de avena fresca, le pareció
Tan linda
Toda embutida de carne en una pielcita
Hecha ya, de toda ternura
Y como Mete (la Embriaguez)
Un poco en curda

-¿Qué nuevos pastos veré?
Adios pastitos adiós
A vuestros lechos silvestres
Adiós:
Muero como cadáver de amor
Deseoso de su destino

Pero antes de que el Biguá se nos muera
(Ésta, su primera vez)
Yo-Dionisio voy a hacer que les cuente
Al menos un cachito
(Pues lo que no es cuento, no hace parte de la Historia)
Cuánto ella, Es:

-En verdad, la Pasto, es una joven Luna
De inalterable efigie
Sus pechos son torreones
Sin piquito
Pero contentos
Sus ancas
El agua equina
Que destila miel en la fuente de Pegaso

¡Por Baco!
¿No es acaso Selene, esa que ahora se baña
En su imagen sobre el agua?
Es ciertamente ella, subida en lo mas alto del molino
La que desenreda y poda la hiedra
Que lo está devorando

-Todas cumplimos nuestro destino de hembras

(Dice a vos en cuello, como para que la sienta un vasto público inexistente)

-Así las señoras, como las demás...

(En este aparte, el divino co-Autor se confiesa
¡Si supieran cuánto añora su teatrito de Atenas!)

-Mi oficio secreto, debo decirles, ha sido siempre
El de bordador de perlas
Yo bordo “perlitas”
Frases encontradas
Relinchos propios y ajenos

En todo poema implacable
Hay un minuto feroz
Tan duro
Que no pasa nunca
Que como una catarata de cajón
Detiene el tiempo

Yo: Baco, como fiera
Me comí el reflejo
Yo: espejo
(Que eviscera, que descuartiza)
La Naia la Noia la Noria

Ahora es el Abiguazado Yeguarizo
El que despierta, y dice (se dice, le dice)
Cuando la escena queda casi a oscuras:

-Esa estrella que está saliendo
(Que se despega, amor, que nos despega)
Es la estrella del perro chico
Llegó la Canícula
El momento más caluroso del verano
La estación de la vendimia

-¡Habrá que darle al canasto!

Dijo la Pasto, como un Faro,
Fijándonos desde lo alto.


Texto: Eduardo Nico (Magoo)
En audio: Poema dramatizado por Héctor Ledo, con la colaboración especial de Rosalba Gravina.

lunes, mayo 05, 2008

Héctor Viel Temperley


Prendo la radio del coche


Prendo la radio del coche,

cierro las puertas y ventanas

y me alejo.


Que los ruidos

se gasten solos

mientras camino entre los árboles.


A veces siento

que alguien nos encerró

con llave

en este mundo.

Lo mismo que hice yo,

pero a lo grande.



Foto: Selene Garcia
Texto: Héctor Viel Temperley, "Obra completa", Ediciones del Dock, 2006

Héctor Viel Temperley


Enfermedad


De espaldas, solo, quieto.

No escucho más que el viento

y a su arena cegante.

Abiertas las costillas

dejo que el sol voltee

su caballo en mi sangre.

Dejo que sobre el hueso

de la frente me marque

su herradura, incendiándome.


Dejo también que el mar

desde corrales

de espuma se abalance.

Que en sus ancas profundas

y frías

bajo mi pecho,

una mano tras la otra

se me espanten.

Y que una y otra vez

su silencio me envaine.

Bajo la hirviente carga

yo, solitario sable.


Cuerpo en la costa, herrumbre

cada vez más tirante.

Yo desnudo en el viento,

yo, sin moverme, dejo

que cave en mis entrañas

una pala radiante.

Que el arenal acose

mis ojos y su enjambre

se irrite por mis párpados,

sin poder despertarme.

Que el mar, oh el mar

después,

como a espada me lave

en ese instante estrecho

que desenvaina en aire.


Mas ya, como en un sueño,

hasta en el mar es tarde.

Yo, sometido a libertad, sujeta

a toda luz mi carne,

yo, impenetrable pese a todo, rígida

como columna de agua amarga el alma,

no sé más que cerrarme.

En mi garganta,

el llanto atravesado como llave.


Frente a la carga inmensa, inmerecida,

yo, sable enfermo, solitario sable.


Ilustración: "Engrudo", Gustavo Piccinini.

Texto: Héctor Viel Temperley, "Obra Completa", Ediciones del Dock, 2006.


sábado, mayo 03, 2008

Héctor Viel Temperley


Elegía argentina

Para mi madre


Los caballos se bañan en el río

y yo me baño en el río con los caballos.

Sus crines y sus colas

son de agua sobre el agua,

como fuentes que fluyen

desde la arena al aire.

Y yo me baño en el río

pero bebo las crines

y las colas de los caballos.


El agua rueda desde Dios

y se desliza por sus ancas

y se bifurca en mis caderas.

Más que el río y la lluvia,

sus crines me humedecen

el pelo.

Es una tarde de verano,

de un día que no existe,

y en un país que no se tiende,

ya,

a la sombra de sus caballadas.


Esta tarde, Dios habla

en los saltos del río

para nombrarme caballos

que todavía yo recuerdo.

Caballos que la lluvia volvió de lluvia

y que se fueron tormentosos,

hasta que el sol los evaporó.

Y recuerdo el caballo

que murió con un ojo estallado por su dueño,

cuando mi madre era muchacha

y los carreros la saludaban

con el mismo silencio

que las dos torres de nuestra casa.


Y recuerdo otros caballos

que galopé en el sur

y que montaba en pelo

por una laguna de sal,

contra el viento que olía a mar, hasta que la lluvia

lo lavaba en la arena.

Y recuerdo caballos que fueron de mi tatarabuelo

y que eran iguales a los míos,

iguales a todas las caballerías

tormentosas por estas tierras.


Son los mismos caballos

que se bañan en el río

y que Dios llama por sus pelajes

con palabras que suenan

como los nombres de los ángeles.

Porque el pelaje de los caballos

tiene nombres angelicales

y la palabra azulejo

traspasa todos los cielos.


Dios les habla y me habla

con las mismas palabras

cuando el ruido del agua

es el silencio de todos los campos.

Los nombra y me nombra

en un país que no se tiende,

ya,

a la sombra de sus caballadas.

Y es una tarde de verano,

de un día que no existe

o que existió sólo en la pampa.

Pero montado en los caballos

siento mi cuerpo contra el río,

nado entre crines y galopo a Dios

y mis ojos se hunden

profundizados en su pecho.


Dios juega con los caballos

en sus manos,

palmotea y sonríe a los más humildes,

a los más castigados;

al que conoció mi madre cuando era muchacha,

muerto con un ojo menos

y que bajaba hasta el río

sin descubrir la razón de sus heridas,

y a todos los que rodaron

cuando los hombres afirmaban

que el cielo era para los hombres

y que las tardes no eran como yeguas

tendidas entre ángeles.


Yo entonces no conocía

el cielo de los caballos,

pero rezaba por ellos todas las noches,

y era un niño que rezaba por los caballos de Dios,

y era un niño al que Dios

perdonaba sus insolencias

porque rezaba por los caballos

y lloraba por ellos

y les prometía un dios omnipotente,

que los convertiría en ángeles

aunque los hombres se negaran.


Un Dios con el que soñaba mi madre

cuando era muchacha

y ya me descubría

descalzo por la arena.

Cuando los carreros eran silenciosos

como las torres de nuestra casa

y los jazmines eran argentinos

porque eran nuestros,

dando la vuelta al patio

hasta la noche,

en que la patria era en el cielo.



De Héctor Viel Temperley (1933-87) Obra Completa, Ediciones del Dock, 2006.

jueves, febrero 21, 2008

Caballo con Voz





"Así mi jaca se entierre y yo con ella
Siempre más profundo en el barro
(Tanto lodo se ha hecho de azules flores de fango)
Bajo los arcos de junco
Mi huella iré dejando

Después del confuso albañal
Yo voy el aire mirando
Por la loma tal vez, andará el forraje amarilleando
Y en esa luz se hará sombra
La sombra de mi caballo"

El Boyerito está queriendo hacerse hombre esta vez
Pero sigue verseando
Es tan grande su ahínco y tan ligero su apoyo
(En el recado)
Que se va como hamacando
Sobre el dorso delicado
De una mariposa de carne

El Biguá (caballar) miró de reojo al Boyerito
Desde la más alta rama de su ciencia equina:
"La madre puta
El hijo puto
El padre puto
La Virgen puta
Todos emputecidos
Y yo, como siempre
Me cago en Dios"

Lo recitó todo de una vez, el Oscuro
Como una plegaria laica
Y se sintió más tranquilo
Apenas relinchó un par de veces
Y endiscué bosteó de lo lindo
"Es sólo un boyero
(Se dijo esta vez sin mirarlo)
Desgraciado y vano
Fluido y liviano"

Sin embargo, por él nutrió en su pecho
Desde que llegó gateando
A agarrarse de su cola
Ese amor sin ojos
Ni estribos
De caballo de carro

"De sirena y de anguila
(Pensaba el Boyero jineteando)
Es el vientre de mi caballo
Panza de nave en un surco
Espuma de bruma en un charco"

Atravesada la laguna, el Biguá
(Ya más contento, porque el viaje se hacía largo)
Demordió el freno y comenzó a hablarle franco
-¿Dónde querés que te lleve?
-Lejos, donde no aiga barro
-¿A los pagos del Ventanero?
-A lo más alto

El cojudo, que con los primeros calores
Ya se andaba medio alzando
Comenzó con su letanía de consejos:
-Para montar una yegüita
Y sobre todo, una yegua de sangre pura
Lo primero es quitarles las cosquillas
Porque siempre conviene pensarlas como niñas
A esas chicas...
"Si bastara con abstenerse (dijo el Biguá para sí)
La vida podría llegar a ser incluso Inocente
Pero no basta"

El viejo cuadrúpedo posee la simpatía
El pudor y la cordialidad de los argentinos antiguos
Y como ellos sabe seguir una conversación
Al paso
-¿Y qué fue de la hija del loco Olivares?
-Se fue a Vela, parece que el novio es panadero
-Pá lo que le va a durar...

Piel oscilante como la marejada
Flujo y reflujo de caballo
Rítmicos movimientos de la cola
"Nada más natural (pensó el Boyero)
Que un caballo hable..."

El Biguá, siendo como era
Lejano pariente de Gato y Mancha
Pertenecía a un linaje ancestral de criollos habladores
De mucho antes de la Conquista
(Tanto se ha ocultado y tan bien esta cosa
Que hasta llegaron a hacernos creer
Que nuestros caballos, los trajeron Ellos)

Afuera la plena siesta
(Fiesta de las iguanas)
Y una mosca verde que planea
Sobre la piel movediza

Movediza, movediza
Como la piedra de Tandil
-¿Estuviste alguna vez en la sierra, vos?
-Nunca
-¿Cómo, tu padre antes de morir, no te hizo ver la Montaña?
-No, pero me llevó una vez al mar, a Oriente
-Allá, en los pagos de la Ventana, hay una cueva que quisiera mostrarte
-¿Es una cueva grande?
-Grande como una catedral, es una caverna
-¿Y que és una caverna?
-Un lugar lleno de misterios ("como los recuerdos de un Padre")

Oscura marejada caballar
Ojo palpitante
Pleamar de sangre
Se siente fuerte el corazón
En la grandiosa llanura
Atisbo de dos amantes
(Un intercambio de bultos, un recorrido subterráneo)
Pálido anochecer
Piel llena de sismos
Amor al raso

-Biguá, vos te estás poniendo viejo
-Viejos son los trapos
-Y no es el caso que termines embalsamado, como tus parientes, en el museo de Luján...
-La boca se te haga a un lao...
-Yo le prometí a mi viejo, que en llegando a una cierta edad, te dejaría suelto
-¿Liberarme? ¿Vos estás en pedo? ¿Querés que termine degollado por un matarife de pueblo?
-En los pagos del Ventanero tal vez, que siempre han sido tu ilusión,
Volver a ser libre como tus antepasados, te imaginás...
-Me imagino. ¡No hay nada más horrendo que la libertad! ¿A mi edad?
¿Con lo que me gusta el café con leche? Por favor... Si querés hacerme un buen regalo
Conseguime una peli de Mister Ed, que me vuelvo loco...
-Siempre el mismo cholulo
-¡Cómo actuaba ese Ruano! Movía los labios como si supiera...
("Caballo con voz, no hay dos, no hay dos, solo Mister Ed tiene bella voz")
-Vos sí que no tuviste infancia
-La tuve, y fue tu padre el que me la jodió

La mañana siguiente el Biguá (al que no le gustaba matear)
Tuvo su café con leche (instantáneo y agua caliente, en su ollita de vivaquear)
La marcha se hizo entonces Ansia
(No habiendo a vista, provisión de churrascos)
Obligatoria e inextinguible
Como el gesto de quien come
Dicen (mientras caminan)
Es la culpa primordial
(Hacer desaparecer lo que existe)
Con el sol alto y hambrientos
Se pusieron a correr unos ñanduces en el fachinal
Y en un brusco viraje de los zancudos
A punto de lanzar las bolas
Los sorprendió entre los altos pastizales
Un cañadón profundo y abierto
Lanzados ya, por un pelo
Lograron saltarlo limpio (sin contar las cursiaderas)
Pero fue tanto el julepe, que en el vuelo
Caballo y jinete
Todo un siglo atravesaron
Del otro lado, en una media luna
Los Pampas del cacique Manuel Namuncurá
Los esperaban formados
No hubo tiempo para recuperar el aliento
Ni hacerse una mejor idea de la situación
Los indios estaban cabreros...
Con ellos una Cautiva traían, que tan aindiada estaba
Y ensalvajecida, que no se quería volver, ni a palos
A cristianar
Los indios no se la bancaban más:
Hablaba hasta por los codos y les sublebava el hembraje
(Ya de por sí soberbio) con cuentos huinca-eurocentristas
Y feminismos trasnochados
(Según ella, la verdadera Pacha Mama, era George Sand)

Al Biguá, no le cabió mucho la complicación, y puteó por lo bajo
Fue en un aparte caballar
Que se puso de acuerdo con el lenguaraz de los alzados
(Un overo azulejo bien crinudo, tipo Rasta, que venía con el cacique)
Y trajo en ancas hasta el puesto a la Mireya
Que era medio Polaca, y antes de ser cautiva
Dicen que fue pulpera, en la estancia Santa Lucía

Un poco por el roce, otro poco por el filo (que le hizo el Biguá)
El Boyerito se enamoró de ella (como es ya bien sabido)
Luego le escribió un largo poema, cuando
Piantó otra vez para las tolderías
(Con un tal Brián, pero no De Palma)
Y así fue como empezó esa historia de La Cautiva
(La de Echeverría)
Que por ya contada y aburrida
Otra vez no cuento
(Era mejor El Matadero)



Texto: Eduardo Nico (Magoo)

En audio: Radiodrama realizado integralmente por Héctor Ledo (disponible para Internet Explorer y similares).

lunes, febrero 04, 2008

Martín Pescador



Como el seno de las comechingonas

Hace no-no el pecho de mi Beatriz

Así de Nono

El arrullo del arroyo

Y los cinceles del sol

Que las nubes atraviesan

Sobre sus vapores

Yo reposo

A-nona-dado

Pasará

Pasará

Un pez invisible

Remonta la corriente

Su figura opalina

Rompe una vez más

La vitrina de mi alma

Y me inunda

Rubí

Si en verdad eres la esencia

De todo lo silvestre

Peregrino soy de tus comarcas

En tus senderos mis pies

No se cansan...

El pájaro pasa casi rozando el espejo

De su doble imagen

Y se zambulle

Donde el agua es azul

Más allá de ese profundo

No hay nada


Ilustración: Gustavo Piccinini

martes, enero 15, 2008

El pueblo mas cercano







Como a un pueblo de distancia

El rancho de los Islas

Se ven las luces que brillan a lo lejos

Y del motor encendido

El golpeteo en fragmentos irregulares

Trae el viento


Es el aviso de que me están esperando

Sólo para las visitas lo encienden

Andáte en el Oscuro

Es más seguro para la vuelta

Y llevále estos huevos a la vieja

Que le andarán escaseando


Me fui en el Oscuro nomás

Matungo de mal paso si los hay

Pero criado y crecido en estos campos

Manso y holgazán…

Abriendo tranqueras

La noche, ya se entraba


Al tranco por los huevos

Que si no, galopeaba

Al llegar, los perros en bandada

Y el viejo Islas servicial

Abriendo el potrerito

Mientras a los gritos los calmaba:


¡Juira, juira, perro!

¡A ver... Porqué!

¡Vayasé, le digo!

¡No ande husmeando, maula!

Entre ladrido y retobo me bajé

El viejo las riendas cortas sostenía


Y la vieja, a salvo, guardaba el canasto

¿Cómo se te ha ocurrido venirte cargado?

Milagro que no se han roto

Sacále el freno y dejálo que lo encierro

Oscuro viejo...

Bien elegido estuvo el flete


¿Y el camino?

Barro no falta y cantidad de patos en los charcos…

¿No viste gansos? A mi se me fue una bandada

Son así medio salvajes nomás

Cada año se van unos cuantos

Y me descuidé un poco, también, con los pichones


Pero ya bastante grano gasto

Alimentando gallinas que no quieren poner

Es la época mala

Hay unas cuantas culecas

Los he visto llegar, sí

La otra semana peludeando


De aquí de la loma se ve clarito el camino

Desde Lasalle hasta la entrada del campo

Se está poniendo bravo el pantano

¿Y los camiones de tosca que nos prometieron en la Delegación?

¿Te acordás? ¿Vos los viste?

Nos dejan para lo último, como siempre


La vieja en la cabecera

Cara de lechuza y vino rosado

Damajuana de diez, al lado

El viejo (aguilucho de ojos claros)

Damajuana de quince tintos litros

Siempre a mano


Un vaso siguió al otro

No, si el vino, comiendo, no hace mal

¿Y cómo está tu madre?

¿Tiene gente en las casas?

¿Haciendo mermeladas?

Cargadazos los ciruelos este año


Nosotros no comemos frutas, no

Se las comen los chanchos

Si los llegás a ver en la laguna a mis gansos

Metéles tiros nomás

Están gordos del rastrojo

Anidaron en el trigal


Hacen una sóla fila ¿nunca viste?

Grandote el huevo de ganso

Más grande que el de pato

En los juncos de a caballo

Es peligroso por los pozos

Octubre el mejor mes, es todo un sólo nido


Los celestes son de cuervo

Los pintados de pato

En cambio verde brillante copetona

Y biguá, morado

Uno de ñandú, hace once de gallina

¿Ramón te los trajo?


Por allá en los fachinales hay muchos ñanduces

Flor de mayonesa...

La yema clarita, suave, muy rica

Nosotros no podemos

Andamos medio mal del hígado

Los dos


El vaso siempre lleno

Puro el vino, no el milagro

Apenas iba yo por la mitad y ya estaba otra vez llenito

Y las comadrejas… si no fuera por los perros

¿Los peludos? Bicho dañino

Y el loco Olivari, más loco que nunca


Hace fuego con la seca

Siempre amigo de lo ajeno

Diga que la mujer pobrecita es una santa

¿No sabías? Sordomuda

Y la hija, la piel de Juda, mal hablada como el padre

Esa que va a trabajar, se irá porai, con alguno


En el mejor de los casos

Porque si queda en el pueblo

Va a ser para mal de muchos

Como decía Martín Fierro

Si me permite don Mario, yo ya me estoy yendo

Los esperamos para cenar una noche de éstas...


Si seca el camino, cómo no

Le debemos una visita a doña Nelly

En cuanto pueda sacar la chata…

Con cuidado, primero parate despacito

Y si ves que podés caminar, ya podés salir montado

Yo te acerco el caballo, epa epa, es la falta de costumbre


Me va a pegar un reto doña Nelly

El cielo está clarito, seguí la Cruz del Sur

Al paso nomás, que yo te voy mirando

Sabés que tenés razón, el monte parece un barco

Aquellas luces son de La Argentina, todavía están trillando

Hasta que moje el rocío, aprovechan


No vaya a ser que les caiga otro aguacero

Y ya vienen atrasados

El Oscuro apurando, a casita va contento

Arriba, mil, dos mil estrellas más que ayer

La Via Láctea: un guazcazo

La Cruz del Sur, las Tres Marías, y otra cruz


Vaya a saber cuál

Con el vientito fresco en contra

Venían monstruos de las sombras

Y la pequeña travesía

Se me hacía un asunto de orden galáctico

A poco trecho, todo más negro que un culo


Que el culo de mi caballo

En la primera tranquera me largué

Me caí, me embarré, y me cagué en Dios

Cerré y seguí de a pie

El Oscuro, mañero, quería ir más rápido que yo

Y me pisaba los talones


Después de la segunda tranquera intenté montarlo

Y como no pude

Quedé cruzado como una bolsa en el recado

Por ahí, me acomodé

¿Las riendas? Yo qué sé, quedé al revés

Mirando atrás, vi que las luces de los Islas se apagaron


Las mías también

No habiendo qué mirar…

Tampoco recuerdo cómo fue que llegué al rancho

Hasta el alero de la cocina me arrimó el caballo

¿Levantó el pestillo del portoncito con la trompa? ¿Con los dientes?

Apenas me bajaron vomité


¿Pero qué te ha pasado paisano?

Se descostillaba de risa Alejandro

¿Los huevos, cómo llegaron?

Bien puestos, los estarán empollando

¿Y los Islas?

¿Qué Islas?


Yo no ví ninguna isla

Había un monte como un barco, como un barco naufragando

Una lechuza en un palo y un aguilucho volando...

De aquel pedo al de hoy

Más de cien veces diez años, han pasado

Y cien barcos rebosantes de sueños, en la noche naufragaron


Sin embargo, a aquel rancho

Del que he partido

(En oscuro flete montado)

Jamás he regresado

El viejo solía decir:

La vida es asombrosamente corta


Se comprime tanto en la memoria

Que suele no bastar otra vida

(Dejando aparte los accidentes

Que puedan sobrevenir)

Para volver

Del pueblo mas cercano



Foto: Gustavo Piccinini

Texto: Eduardo Nico (Magoo)

En audio: Radiodrama integralmente realizado por Héctor Ledo (disponible para Internet Explorer y similares).




sábado, enero 12, 2008

Fantasía en Mil Rayitas


Ilustración: Gustavo Piccinini

En Alaska al menos, no faltarán cubitos




Hoy todo lo que imagino

(Es siempre Fantasía, la que viene a salvarme)

Podría haber terminado, muy sencillamente

En el frío de la mañana

En el frío despertar de una mañana

Están los que tienen un acolchado de plumas

Y los que no lo tienen

Y están también

Los que no tienen una cultura adecuada

Y no saben cuán importante, es tenerlo/a

Podría haber terminado antes de esta reflexión

Mi pensamiento

Por un accidente cerebro vascular

Debido a la ingesta excesiva de chocolate

O a un estrangulamiento espontáneo del cólon

Lo podría haber impedido

La boca empastada de pescado, del mediodía

La mezcla de pollo y maní, del anochecer...

Hernan Crespo era en mi sueño, un buen muchacho

Desfilaba junto al equipo de fútbol

Vestido de cadete

Parecía muy importante jugar ese partido

Mantener el secreto, transportar las fotocopias

Como si estuviesen cargadas de una cierta, vital

Información

(Sin embargo era tan banal y en blanco y negro, el contenido

Como todo el resto del complot)

Salir de la base en un viejo colectivo

(De la Legión Argentina se trataba)

Estaba en ciertas ocasiones permitido

A los prisioneros de esa guerra

Y fue la inocente rebeldía de las dos únicas chicas del campo

La que estuvo a punto de arruinarlo todo

Un capricho de última hora

Y la vida de todo ese magnífico grupo de atletas combatientes

Disciplinados, bien formados, y con un Plan

Se puso en peligro

Pero es esa misma ligereza inconciente, la que los salva

La autencidad del que no sabe, se opone

(Como Fantasía, en mi fantasía)

A la impostura del qué se yo

La postulación de un cero (absoluto)

No puede evitarse

Todo lo hecho

Se reduce entonces, a una serie de colecciones

Más o menos imperfectas

(Es decir, más o menos, compactas)

Y en buen estado de conservación

El trabajo del obsesivo

También los poemas con toda su carga

(De subversión anti-obsesiva)

Se coleccionan

Y el trabajo de una vida

Se reduce

A un álbum de figuritas:

El objeto más precioso que haya jamás poseído

(Nunca completo del todo)

E inolvidable

El polaco Paflick

Pando y Guidi

El manco Casa

Roma (con su romano corpachón)

De blanco puro (almidonado)

Ramos Delgado

Bajo la banda roja de la pasión

Y el Mil Rayitas

En las tres pantallas, en tecnicolor

De mi corazón

¿Porqué debería yo seguir caminando con mi cojera, mamá?

(No es una palabra acaso, que tiene cojer adentro)

Porqué, sino por muerte, debería yo seguir

Si esto que me hace falta

Ya es un exceso (cualquiera) de materia

No lo digas, lo sé

No llegaré muy lejos...

El despojo se consuma

Por la continuidad de la agresión

Luego de una saludable diarrea o verborrea de la Oración

Volver a empezar, se hace difícil

Con el paso de los años

Los traslados de las cajas

La hernias de disco y del computer

Un nuevo cambio de domicilio...

Y en caso de ser procesado por la Justicia

Responder serenamente

(Como Hernán Crespo hacía en mi película)

A todas las preguntas

Bastaba poner la pelotita (de tenis) ahí

De ese lado del fleje

Que entrara

Que no pareciera que estaba todo arreglado de antemano

Porque entonces las fotocopias

No llegarían a destino

El sacrificio de tantos héroes habría sido en vano

Y todo esta empresa de la humanidad

Por la humanidad

No tendría algún sentido...

Recuerdo aún, a quien sentado en un estribo

Me pasara el Testimonio

Y a todos los que alguna vez han estado en el Camino

Yo me debo a toda esa caterva de cojos

Y mal entretenidos jugadores

Alucinados cotempladores de bolitas:

Así se viaje en una enorme Galaxia

O en un colectivo de mente

Lo único que hace sentido

Es el viajar



Ilustración: ENGRUDO (Gustavo Piccinini)