martes, mayo 31, 2005

ITALO MAGOO


Saffiche

Belli e nobili gli amici che tu adolori, Rimprovero. Concedetemi che la mia amata qua giunga incolume e che cancelli tutti gli errori che in passato ho comesso. Va chiama le cose in cui ho errato prima, quelle scioglierle, chiama tutto ma non la festa.

Gli uomini non possono mai essere del tutto felici, ma possono pregare di aver parte. Ecco sull’altare la carne di un candido ariette. La fatica ha stremato il cuore, la notte è vicina, verso di te il mio pensiero non potrà mai cambiare. Il dolore mi avvolge e via da me vola Desiderio inseguendo Lei dal seno viola. Vada errando, voli intorno a te che sei bella, e io ne godo quando ti guardo di fronte, e questo sappi nel tuo cuore, che io da tutti gli affani vegliare in festa per tutta la notte vorrei, che noi pure in giovinezza queste cose facevamo, che molte e belle cose viviamo, che anche tu un tempo eri una fanciulla e amavi cantare, cantando la amore tuo e della sposa dal seno di viola. Questa visione veramente mi ha turbato: appena ti guardo un breve istante, nulla mi è più possibile dire, e desidero e bramo per il mio pianto.
Io ero innamorato di te, mi sembravi una bimba minuta e sgraziata, Eros ha squassato il mio cuore, come raffica che irrompe sulle querce montane, io ti desideravo e hai refrigerato il mio cuore che ardeva di passione. E credo che in nessun tempo vedrà la luce del sole una ragazza pari a te in Sofhia. Io amo la raffinateza e voi lo sapete, e a te l’amore per il sole ha dato in sorte splendore e belleza.
Oh Sogno, tu che attraverso la cupa notte ti aggiri, quando il Sonno dolce dio, davvero terribilmente affani!
Ma lei voleva andare, Rimprovero, e mi lasciava piangendo a lungo. E asciugando le mie lacrime con il suo fazzoleto così mi diceva.
- Ah, che pene spaventose soffriamo, caro amico. Davvero contro il mio volere ti lascio.
Ma io non conosco ira e rancori, il mio cuore e mite. E così le rispondevo: "Va’ e sii felice e di me serba memoria. Tu sai quanto ti volevo bene, ma se non lo ricordi, allora io voglio farti ricordare tutti i momenti e belli che abbiamo vissuto insieme: con unguento floreale placavi il desiderio e non c’era festa ne sacrificio ne fragore ne danza, da cui noi fossimo asseenti…"
Ora fra le donne Partenopee spicca come talvolta, tramontato il sole, la luna dita di rosa. Supera tutte le stelle e posa la sua luce sul salso mare come sulle campagne rigogliose di fiori e la bella rugiada si è diffusa ed è in fiore il myrto e i teneri cerfogli e il meliloto. Un canto dolce, voce di miele canta Afrodita, la sposa dal seno di viola. Il respiro si ferma. Le cosce si contragonno. Sudore. Voglio avere compagne, diceva. Posa intorno alle chiome corone graziose, "chi si adorna di fiori è più bella, più dolce a vedersi." Piena si mostrava la luna, e le ragazze si disposero intorno all’altare. A un suo chiamato l’usignolo, nunzio di primavera, mi porta.
-Avvicinati dunque e dimmelo donzella di piede leggiadro prima che Aurora lucente disperse ogni cosa.
-Sposo fortunato, dice con un sorriso Afrodite, non vedi che sono già celebrate le Nozze. E tua la ragazza che sognavi…
-Eccomi, sono sempre tua. Sono Eco!
Oh Delirio, tu che atraverso la cupa notte ti aggiri, quando il Sonno dolce dio, variegato di mille colori, vuol chiudere gli ochi! E tramontata la luna. Eros che dona i dolori dorme sul seno di una vitella pregnata. Il tempo trascorre, la notte è al mezzo, io dormo solo. Accanto a me odora di viola un fazzoletto gocciolante di lacrime.




Iacco

"La potente generò il potente"

La bellezza era possibile quando nel felice coro
Godevamo visioni
E c’iniziavamo a quella che fra tutte è
La iniziazione più beata
Allora esultavamo integri e perfetti simulacri
Semplici e sereni e felici
Liberi da questo sepolcrale segno di riconoscimento
A noi attaccato come un’ostrica
La legge del silenzio custodisce con cura
Ciò che si è scoperto tardi…

E ora già di lasciare dietro "le ingiurie del carro"
Per avere il diritto di amare le poesie
Bisogna prima amare i poeti
Iacco: Andiamo nei prati
Dove fioriscono le rose, in gran copia
Facendo festa a modo nostro, con bellissime danze
Iacco
Vieni su questo prato a danzare
Scuotendo intorno al capo la corona di mirto
Carica di frutti

Freme il ginocchio dei vecchi
Scrollano via le pene e i lunghi anni dell’età tarda
Ecco il prato risplende di fiamme
Iacco o Iacco
Che il canto soave della festa hai inventato
Vieni dalla Dea insieme a noi
Amante delle danze
E mostra come senza fatica tu compi una lunga strada
Voi che prendete parte alla divina festa
Fatevi avanti ora nel cerchio

Ecco tutti i miei amati simulacri
Proteggi questo coro che è tuo Demetra
Fa che al sicuro tutto il giorno
Si possa scherzare e danzare
E che io dica molte cose ridicole
E molte altre serie
E che dopo le risa e le beffe
Sia coronato da lei…

Iacco amante della gioia
Col ritmo ardito del piede
Ravviva le ardenti braci
Scandisce la festa sfrenata
Ognuno dunque s’addentra nel fiorito grembo
Cantando e motteggiando
Le donne portano in giro battendo le mani
I dolci di sesamo e miele chiamati Mylloi

Eroismo dell’ anima è vivere
Eroismo del corpo morire
Io vado con i ragazzi e le fanciulle
Dove c’è la veglia in onore della Dea
Iacco zafferano! Fa sì che sia
Coronato da lei…




Giardini di Adone

Conoscere le rose
Nel suo temprano sbocciare
Ecco dalla mia bocca
Sputo anche il miele
Dolce più dell’amore non c’è nulla
Si riconosce sùbito
Nei tratti la figlia è in tutto
Simile alla madre
Guardala:
Quella saggezza
Quella sua dolcezza…

Sarà felice Afrodita
Perché è tessuta con arte
Odora di nettare
Lo splendore del suo corpo
E stata Poliàrchide a erigerlo?
Non rimpiangono le braccia dei vili
Le sue membra
Chi non ha avuto i baci di Cipride
Non sa che fiori sono le Rose

Ospite, se a la volta di Lesbo melodioso tu navighi
Per cogliere di Saffo il più bel fior dei canti
Dì che a la dea diletta
E simile ad essa
E nata a Tergeste, Annarosa
Profumata dai giaggioli di Nosside
Sulle cui tavole Amore stesso spalmò la cera

E se per caso, fesso e fiso, trovasi di me un giorno
Il simulacro
Scoppia in una chiara risata quando passi
E una parola amica rivolgimi
Io sono Magoo di Lomas
Un qualche poco usignolo delle Muse
Ma in lazzi, tragedie trasmutando
Ricolsi d’edera un serto mio:

Com’è bello per i genitori
Aver procreato figli a loro simili!




Anitite

Ti hanno messo redini rosse i ragazzi
E il morso nella tua bocca
Per condurti, docile
Nei loro giochi infantili
Eri distratta d’Amore
Quando il crudele pescatore ti ha rapito
Sollevandoti dalle acque appiattite:
A te sempre piacque godere dalle rive
Il luccicare delle onde
Per propiziare la rotta ai naviganti
Il tuo collo dal fondo degli abissi
Al mare aperto
Non solleverai più, cara
Ne più guizzerai lungo le belle fiancate
Delle navi
Sbuffando di gioia:
Cui piango la vergine Partenope
Fanciulla frigia
La cui bellezza e saggezza spinse molti pretendenti
A chiederla al padre
Ma rese vana la speranza di tutti …
Versavi lacrime di bimba mentre dormivi
Quando venuto furtivo un brigante
Fulmineo ti ha trafitto
Conficandoti l’artiglio in gola
Dal corpo minuto
Tomba comune di grillo e di cicala
Robusto sangue nero è sgorgato
Bagnando la terra nell’afflizione della morte
E invece dello splendido letto nuziale
E dei sacri imenei
Su questa tomba di marmo
Tua madre ha posto
Dell’artista di Clìtore una coppa
Capace di contenere un bue
E una statua che è il tuo vivo ritratto
Vedi, si può parlare anche se non ci sei
Non più adesso mi butterai giù dal letto
Amica:
Stendi il tuo corpo spossato
Una dolce brezza mormora tra le foglie
Sii felice
E lascia che il mare tremi alla vista
Di quello sfolgorante simulacro




I bambini maledetti

Le loro prime carezze
Strana scaltrezza passiva accettazione sorniona furtività
Lei era smarrita
Disorientava e faceva soffrire
Non era una bambina
E nemmeno troppo schizzinosa
Falsa nei fatti e fallace nella finzione
(Senti chi parla)
Perforabile come una sacca gonfia di sangue
Poteva contare su due o tre sogni
Spaventosi
Per indietreggiare con occhi furibondi
(Mi spiace micia ma resta così)
Dopo il primo contatto
Così lieve
Così tacito
Tra le morbide labbra
E la morbida pelle
Niente sembrava essere cambiato
Le sue mosse segrete
Il trarne quel non palesato godimento
Dissimulando davanti al simulatore
La propia consapevolezza
Una sensazione tattile
Un punto cieco
E tutto era perduto
(Che cosa dici?)
Era come si venisse issato un segnale
Uno sciagurato prurito
Di finto risentimento
Quei modi
Quell’approccio astuto e malinconico
Troppo irresistibile per non essere gustato in segreto
Troppo sacro per essere apertamente violato
(Allora?)
Incanto
Sempre in agguato dietro il silenzio delle imboscate
E i suoi accorti e minuziosi vezzeggiamenti
Il respiro bruciante
Le labbra schiuse
Molto tempo prima
In un passato indefinito e infinito…
Alla bambina piaceva stare
Seduta a un tavolo
Nel caldo implacabile
Così piccola
Così poco vestita
Come un’orchidea che imitase un insetto
Mescolando una specie a un’altra nel disegno
La punta della lingua le si arrotolava
All’angolo della bocca
Lo specchio di Venere
Si chinava su di lei
Mentre lei si chinava sulla propia opera
Poteva guardar giù la sua lucente ensellure
Fino al coccige
La bizarra bambina
Dai capelli ala di corvo
Così piccola
Così poco vestita
Con il cuore che martellava
Senza ammettere la propia accetazzione
Non avrebbe più potuto fermarlo
Lasciava che le sue labbra scendessero
Per il suo tiepido collo
E sulla sua nuca calda
(Sopportare più a lungo l’estasi di quel contatto)
(Già fatto)
Il vivido imporporarsi di un orecchio scoperto
Il graduale torpore che invadeva il pennello
Un segno temibile
(Se tu lo dici…)
L’immagine che si era appena lasciato alle spalle
Come una fiamma
Protetta da una mano e trasportata nel buio
Tornava alla purezza
Dove sedeva una ragazzina ora luccicante di sudore
Con un meraviglioso fiore scarabeo in grembo
Ma la natura è movimento e crescita
(Un vicolo cieco)
(Non è vero)
E l’ignominia e l’ambiguità
Di un imcomparabilmente maggiore rapimento
Le si aviccinò una sera a piedi nudi
Il bacio l’estasiò e la confuse
(Senti, ho da fare)
(Anche io)
Con un bel sorriso si voltò di nuovo
Verso il suo terrificante fiore
E la mattina dopo
Con un balzo
La tigre della felicità
Si materializò al suo fianco.



Orfiche

"Chi intende fare offerte agli dèi, ofre per primo al volo, un volatile. Cosi disse e sollevò il peplo, ed esibì per intero un luogo del corpo per nulla decente. Ma Iacco fanciullo si precipitò con la mano, ridendo, sotto il grembo di Baubò. Di ciò sorrise la Dea, e si rallegrò nel suo animo, e accettò la variopinta brocca, dove era il Ciceone"

Leggevi i libri a tua madre
E poi di notte coperto con una pelle di cerbiatto
Euòi sabòi, euòi sabòi, danzavi
Con il fango e con la crusca
Purificavi gli iniziati:
Ho fuggito il male, ho trovato il meglio
Orgoglioso, perché nessuno mai grida
Con voce tanto acuta
Hyes attes hyes attes

Le vecchiette ti salutavano
Come corifeo
Come guida
Come portatore di edera
Come portatore del vaglio
E così di seguito:
In cambio tu ricevevi
Pappe di pane inzuppato
Ciambelle e dolci freschi

Chi non si sentirebbe felice, così
Della propia sorte?
Come se il figlio di Calliope e di Eagro tu fossi
E al re delle Muse tu seguissi, suonavi la cetra
Il tuo suono muoveva alberi e sassi
E con questo pneuma agli uomini scoprivi
Lettere e sapienza:
Vediamo per mezzo della luce splendente
Nulla vediamo per mezzo degli occhi
Perché soltanto per noi, iniziati
É sacra la luce del sole

Il Ciceone si è bevuto
La discesa

Ciò che ti è stato dato, consumalo
Getta nel canestro
Cono astragali specchio
Perfette ecatombi
Gli uomini invieranno in dono
Attes hyes hyes attes
Attes hyes hyes attes

Trottola e rombo e bambole
Con le membra articolate
E belle mele dorate dalla voce sonora
Getta nel canestro
Nessuno mai griderà
Hyes attes hyes attes
Con voce tanto acuta
E nella brama di liberarsi degli empi progenitori
E della follia senza fine celebreranno i riti

Canterò per chi è in grado di comprendere
Parole conformi a verità e giustizia
Ho mangiato dal timpano
Ho bevuto dal cimbalo
Ho portato il vaso
Sono sceso
Ho versato devotamente
Il mio seme
Nella fenditura sotterranea

Gioisci, tu che hai sofferto!
Capretto cadi nel latte
Gioisci, tu che hai sofferto!
Ariete cadi nel latte
Escrescenza di un corpo
Molto indolente
Cadi nel latte
Gioisci, tu che hai sofferto!
Struzzo, balza nel latte

Gioisci, si
Perché adesso cammini lungo la strada
Che va verso i prati
Della sacra Carnia
Dove ancora le donne
Dedite ai riti orgiastici
Fin da tempo molto antico
Hanno l’odore del sangue concepito
E dello sperma umano

E dopo averne goduto
Fino in fondo
Fa risuonare grida divine
Hyes hyes hyes attes
Hyes hyes hyes attes
Il corpo alla potenza della morte
Si adegua
Poi vivo rimane ancora un simulacro
Perché solo questo discende dagli dei

Ora ognuno si allontani dalle case
E la bocca consacri, tenendola muta.




Fin Amour

Dalla torre innalzando
Il flauto la sua nota più acuta
Attrae - Fuga
Il contorno - Delle ombre
Trema ancora la voce nello specchio
Al canto suo vola l’usignolo
Torna mio Signore a far la sposa

(Trad. Arianna Farabollini)



chiaro certo Ridente – il suono
è venuto a confusione – Strisciando
non c’è stato sollievo nella notte – Assetata
una spada negli occhi – Inchiodata
da sette Guaine il tuo sguardo – diserta
di Sogno vero – il tuo trafitto risveglia

(Trad. Arianna Farabollini)




Femminile- Maschile

Rumore italico
Confusione
Attaccamento
Un’ora di lettura ininterrotta
E nonostante ogni riga un frammento
Titoli
Inizia il testo
Uscire dalla capsula
Atterramento
Angoscia?
Non serve
Notte vuota
Amore ingenuo
Pace nella memoria
Senza dolore, ricordo
Alla trapassata luna
Ritaglio di solitudine
Occhio chiuso o lacrima
Racconto sempre lo stesso
Conto i giorni
Non per nostalgia, già scarna
Già osso
Non per rimorso
Per essere fuori casa
Casa magica di sangue e sogno
Casa Pampa
Mi lamento

(Trad. Arianna Farabollini)



Sono i tuoi occhi

Candele accese sulle pietre
Sono i tuoi occhi
Soldati ciechi
Soldati feriti
Uomini impavidi di cappello alato
I tuoi occhi possono tutto
La nostra casa di giunchi accanto al fuoco
Lì dove disegnavi
Con il tuo dito sottile nell’aria
L’acqua
Vuoi ancora acchiappar fiori nella schiuma?
Passeri di legno tra piume dorate?

(Trad. Arianna Farabollini)




TOTOTICHE


Sparo in aria

É un Luigi
Beh, il fratello di Luigi
Una poltrona antica
Dicevo sul collo
Irritato?
Mai stato così allegro come oggi
Spuntata per davero
É rotta?
Noi siamo stati sedutti fino adesso Signorina
Ma se è rotta
Io volo
Dico vogliamo far ridere i polli?
Li vogliamo far ridere veramente questi struzzi?
Allora avrei bisogno d’una Cadillàc spaziosa!
E bisognarebbe aggiungere perlomeno millencento Fiat
Magari un autobùs fuoriserie
Mi dica la verità Signorina
Sono recidivo?
Abusivo?
Appunto dico
Di padre in figlio
Siamo arrivati a me
Lei è notaio?
S’informi
S’informi
Mi spiego benissimo
Io sono miliardario
Ecco
C’è gente dentro?
Ammalati?
Si manda lo sfratto
Quanto possono campare?
E poi mi li faccia fuori
Piazza pulita!
Io intanto volo
Scappo
Lei cosa fa?
Un cappucino
Invece no, un monaco machiato
Guardi sulla guida monaci…
É morto Aristofane?
Come passa il tempo!
Capisco
Dunque
Lei avrà saputo della sciagura?
Non me ne parli
Povero Sciòpen
Povero
E allora?
Non ho niente da temere
Sparo in aria




L’eredità

Questo mi giunge nuovo
Qua dice che è compreso un busto in oro del Duce
Non è che il Duce portasse il busto!
Bello tutto dritto
Aitante
Penso
Portava un reggipetto
La panciera?
Abbia pasienza
Io non offendo
Io cerco di disficoltarlo
Sono tattomane
Avete del tatto, voi ?
Non so se farvi le congratulanze
L’ha fatto lei ?
Che buffone!
Ma mi manca una valigia
E chi l’ha fatto?
Veramòn ?
Mi dia la mano
La scienza va premiata!
Sa, io sono generoso
Magnanimo
Mi dia le manine
Gliela tenga così, forte
Forte forte forte
Si copra questo ochio qui
Ecco
Bravo
Lei col pimice e il pomice
Mi fa la cortesìa ?
Mi allarga un po…
Fermo
Fisso
Ecco fatto
Vigliacchibus
Mascalzonibus
Farabuttibus
Troppo diverténte!
Cos’è?
Il priore non mi lo ha detto
Ma io vorrei rispondere
In primis et antimonio
Fiat voluntas tua
E che Dios ce la mandi buonam


Quisquilie

Ogni limite ha una pazienza
In my paese sfottere me?
Me faccia un fischio e un pernachio
Ma che sia gelato
Però
Adesso ho capito tutto
Ostrega
Qui si parla in italiano!
Ma io sono un signore
Un galantuomo
Un musicista
Qui ci sarà scrito:
"In questa casa il cigno di Caianiello
compose la sua opera"
Io sono un genio!
Ineducato villanzone
Ti do uno schiaffone
E me ne vado al isola delle sirene
Vino di Capri, fegato fritto et baccalà
A me!
Contadini
Facchini
Mezzadri
Capponi!
Va be’, si capisce
Differenza
Deferenza
Ma tu il pisello ce l’hai?
No?
Allora facciamo un po’ di pomicio
Ah, pomiciare!
Noi viviamo col tappo
E se volessimo stapparci?
Mi dia uno sguardo all’uccello
Ma cosa avete visto?
Lo spaventapassere?
Una cosa spinta
Quando si ride
Fa sempre bene
Il comico deve essere
Antico e lazziatore
Ma non vi spaventate
Tutti i barboni hanno questo difetto
Quisquilie
Io non sono che un ombra
Una larva
Un Romeo di sottopassagio
Un fantasma gentile
Un innamorato errante
Un grido solo
Nel buio
Con le suole di gomma
E il cuore
A prescindere
Prima e dopo il pasto.


Il formaggio con le pere

-Ah Giulietta, calami la scaletta !
-Ma scusi, urge ?
-E d’uopo
-Siedi piuttosto e non avere fretta
-Ma dove seder se qui sgabel non v’è ?
-Siedi su quel pendio oppur favella in piè
-Favellerò di botto in piedi da qui sotto
-Che cosa domandate ?
-Domando se mi amate
-Svèlati, palèsati, cerca moglie, poffarbacco!
-Un tuo capello, Giulietta, tira più
-Non infrangere la struttura della patria, il cemento armato della nazione!
-Io t’amo in ogni modo
-Allora ciappa!
-Oltre al cuore io voglio tutto il resto
-Pure le frattaglie ?
-Lubrica!
-Lenone ruffiano prosseneta!
-Salgo su nella stanzetta?
-Ci vedremo in altro loco
-Già son tutto fuoco
-Un anticipo?
-Che si sommuovano le nobili terga! Lo voglio!
-Tu sei un po troppo ubiquo
-Manntengolo
-Porco
-Ah, com’è buono il formaggio con le pere !


L’autarchico

Io sono autarchico
L’umanita l’ho divisa
In due categorie di persone
Uomini…
Come chiamare
Quela fisica angoscia
La squallida indigenza
E la peluria di cibo
Nella misera bicocca
Dove si vive
Uomini
E poi
Caporali…
Che tiranneggiano
Che maltrattano
Che umiliano
Invasati dalla loro bramosia di guadagno
Sempre a galla
Con la sola bravura
Delle loro facce toste sempre pronte a vessare
Dunque dottore, ha capito ?
Caporale si nasce

viernes, mayo 20, 2005

Sáficas





Bellos y nobles son los amigos que tu atormentas Reproche. Concédeme que mi amada aquí llegue a salvo, y que olvide los errores que en el pasado he cometido. Vé, llama todas esas cosas y disuélvelas. Vé, llama todo, pero no la fiesta.

Los hombres no pueden del todo ser felices, pero pueden intentar de la felicidad, ser parte. Aquí sobre el altar la carne de este cándido ariete. La fatiga le ha extenuado el corazón. La noche se acerca. Hacia tí mi pensamiento no podrá jamás cambiar. El dolor envuelve mi mente y fuera de mí vuela Deseo que sigue la sombra de la diosa de seno morado. Que vaya errando y vuele en torno a tí, que eres bella y que disfrute como yo cuando te miro de frente. Y esto debes saberlo en tu corazón, que yo de todas las cosas, seguir la entera noche en fiesta quisiera, que muchas y bellas fiestas vivimos, que también un tiempo tú fuiste feliz y amabas cantar, cantando tu amor y el de la esposa de pezones violáceos.
Esta visión verdaderamente me ha turbado, apenas te miro un breve instante, nada más puedo decir, y deseo y bramo por mi llanto.
Yo estaba enamorado y tú me parecías una niña pequeña y desgraciada. Eros sacudió mi cuerpo como la ráfaga que irrumpe y desvasta el bosque de encinas. Yo te deseaba y has congelado mi corazón ardiendo. Y por ello, creo que nunca verá la luz una muchacha que te iguale en Sofhía. Yo amo la finesa y tú lo sabes, y a ti el amor por el sol te ha dado en suerte grazia y esplendor.
¡Oh, Delirio! ¡Tú que atravesando la negra noche das vueltas y vueltas y al Sueño, suave dios, terriblemente inquietas!
Pero ella quiere andar, coetáneas de Armonía, danza centelleante de alegría sonora, con ustedes, sobre el carro de las mujeres delicadas de Illío, donde el dulce sonido y el arpa se confunden, y con voz aguda las vírgenes entonan el canto arcano, y llega hasta el cielo el eco potente, y por todos lados en las calles hay jarras y copas, mirra vino e incienso se mezclan, y mujeres ancianas gritan ¡eleleu! y todos los hombres alzan alto el clamor que agrada a los dioses.
Ella deseaba andar, Reproche, y me dejaba llorando mucho rato. Y luego secando mis lágrimas con su pañuelo, me decía:
-Ah, que penas horribles sufrimos, querido amigo. De verdad que contra mi voluntad te dejo.
Pero yo no conozco ira o rencor, mi corazón está templado. Y así le respondía: "Vé y sé feliz y de mí guarda memoria. Tú sabes cuanto te he querido, pero si no lo recuerdas, entonces quiero mencionarte todos los momentos intensos que hemos compartido: con ungüento floreal aplacabas los ardores y no había reunión ni sacrificio ni fragor ni danza en la cual estuviéramos ausentes…"
Ahora entre las mujeres Chipriotas se alza como entonces, puesto el sol, la luna dedos de rosa. Supera todas las estrellas y posa su luz sobre el mar salobre, como sobre los campos cubiertos de flores, y el rocío se ha difundido y están en flor el mirto y el trébol. Con voz de miel canta Afrodita y su mano juega con el ramillete de violetas que asoma entre sus senos. A su llamado el ruiseñor, nunzio de primavera, me lleva.
El vello se eriza. Los muslos se contraen. Sudan. "Quiero tener compañeras", dice. Pone en torno a las cabelleras coronas graciosas, "quien se adorna con flores es más dulce, más bella…" Plena se mostraba la luna y las muchachas se dispusieron en torno al altar. La diosa tomó entre sus brazos a mi amada y destacándola del círculo, ante mí la presenta.
-Entonces dímelo, doncella de pies ligeros, antes que Aurora luminosa, disperse todas las cosas.
-Esposo afortunado –dice sonriendo Afrodita- no ves que ya se han celebrado las Nupcias. Es tuya la muchacha que soñabas.
-Yo siempre estaré contigo. ¡Soy Eco!
¡Delírio! Tú, que como un cometa atraviesas la oscura noche, cuando el Sueño, dulce dios, variado de mil colores, sus ojos cierra.
Ha caído la luna. Eros, que regala dolores, duerme sobre el seno de una ternera preñada. El tiempo transcurre. La medianoche pasa. Yo duermo sólo. A mi lado huele a violetas un pañuelo, empapado de lágrimas.

El clítoris de Amalita

.

¡Oh, rector! Supremo emblema
Mármol de Amalia que como el cólquico
De la tierra emerges, sólo estambre
Color de ojera
Tú que suprimes, dilatas y extingues
De los otros el deseo
Y encuentras tu cuna: ¡Oh, dorado niño!
En la punta avulvada de mi sexo
Que el éxtasis de tu clarín resuene en cárneas praderas
De cuyo oloroso ramo, tú la flor más excelsa
Y que las argentinas tráqueas abriéndose
Atraganten el placer jocundo
Pues nada hay más luminoso y cierto en este mundo
Que las maravillas que provocas
Con tan sólo un toque, de tu dueña
En la mollera
Como tal ensoñación de turco
De mil y una maneras renovada
Así la patria cree en su bandera
Y en el mástil que sublime la enarbola
Sobre tantas ebúrneas astas, que la pampa entrega
En la viscosidad de tus urdimbres
¡Sagrado e inmortal nenúfar!
Nácar de dioses tú segregas
Que por siempre regirán lúgubremente
El pase a la inmortalidad de esta otra Eva
Generaciones y generaciones de argentinos
Cada vez más pequeñitos
Con sólo un frágil, fragilísimo dedito y la inocencia de un eté
En el mausoleo de tu cuerpo embalsamado
Temblando rozarán el marmóreo botoncito
Alcanzarán entonces: ¡Oh, virgen del futuro milenio!
En el imperceptible contacto
La fulminante revelación del Ser ladilla
Y como Lacroze tordilla
Pero en la tropilla, de su sólo (medio) pelo

Ojos que razonan


Ochi che raggionano.

Estoy entre lo que los antiguos llamaban "los ojos de Giove Laziale". Dos pequeños cráteres, luego inundados, de un gran volcán extinguido. Uno el lago Albano, el otro el lago de Nemi. Sobre el primero se asoma la residencia veraniega del Papa, sobre el segundo los restos del templo de Diana Nemorensis, y debajo de estos, la villa de Calígula. Sobre la pupila de Giove el emperador daba sus fiestas. Había hecho construir dos grandes barcas a modo de plataformas de setenta metros de largo, que finalmente, "cuando el desastre se encargó también de ellas", descansaron sobre la retina de su dios, incólumes, durante casi dos mil años. Estoy sentado en una pequeña tarima de madera, contemplando el valle cubierto de robles. El cielo está encapotado pero a ratos sale el sol. Ahora un tábano zumba en mi oreja y pasa. Me rasco la cabeza, ¿alergia o caspa? En estos días el anteojo parece más preciso. Veo la punta del bolígrafo dibujar palabras. ¿Quién carajo dijo que se debe escribir sólo cuando se tiene algo que decir? No soy lo que se escribe, pero lo veo discurrir nítidamente. Lo que se tiene que decir es lo imprevisto. Veo la vieja amada lengua que se repite y cruza, con esa otra mucho más nueva que apenas cuenta. Y una en otra hacen la equis del puto cromosoma femenino. Malas lenguas.
Alzando la mirada veo como ella se diviniza con el baño y está así como una niña, más bonita que con la ropa puesta. La cara oval, los cabellos negros, el pelo dividido, el rostro simétrico. Y si ahora se peina y siento la exaltación y el pavor de los dieciséis años ante un desnudo de mujer, eso que parece poco, es suficiente para que su cabeza caiga por su proprio peso, que es casi todo agua, lleve su mano a la nuca y alze hacia mi su mirada desolada, que se hace leña, cuando el hacha soy yo.
Ahora cruza el campo contonéandose indiferente. Se dirige hacia el bosque fuera de la luz. Mujer luciérnaga. El batido de alas de sus caderas despierta al soñador en otro sueño, en el que mis propios perros no me devoran aún. Diana vive aquí.
Un helicóptero policial se detiene en el aire, casi frente a la ventana y yo escribo, escribo más para terminar este cuaderno realmente incómodo, que por alguna otra urgencia. Por otra parte he dicho que soy escritor, por lo que es bueno y coherente que cada tanto me sorprendan escribiendo. A la incomodidad del cuaderno, que trata de cerrarse, se agrega la incomodidad del pupitre, el hambre, el que la cabeza me pica y por lo tanto me siento sucio. La situación de la casa, es una situación de mierda. Yo en medio feliz, como un idiota con su chica, en los tiempos en que lo permite "la situación de mierda". Situación de mierda quiere decir que una joven napolitana que hasta ayer fue militante de ultraizquierda, se da cuenta de que su compañera de casa, de vida, su amor de los últimos años, se ha enamorado de un fascista. La veo sentada en el piso hecho con el roble del bosque de Diana, con las hojas entre las piernas y las manos abiertas en el pelo. Sus pensamientos se persiguen en el aire. Escribo lo que Carla escribe: "Todavía puedo mirar el volcán envuelto por las nubes mostrarse en la ventana, imagen familiar, presencia silenciosa y que en silencio está por saludarme, también él. Un nuevo adiós, una separación. Como si fuese el único modo para seguir estando juntas. Un dolor tan conocido que se ha vuelto soportable. Un dolor crónico. He gritado las palabras y no he amado mi dolor. No he amado mi dolor, no yo, no yo, no yo."
Durante mil novecientos dos años, descansaron las barcas de Calígula en el lecho del lago de Nemi, en la sacra retina de Zeus. Y en el mil novecientos cuarenta y tres, los fascistas decidieron vaciarle un ojo al viejo Giove Laziale y las extrajeron del fango. Entonces encontraron que la ingeniería con la que fueron construidas era mucho mas avanzada de la que todos suponían, cuadernas perfectas, anclas articuladas, ornamentos delicadísimos. Para albergarlas, construyeron a orillas del lago un museo con dos "naves" de arquitectura igualmente moderna para la época. Dos años después el museo fue bombardeado por los aliados y las naves devoradas por el incendio.
"¿Devolver la libertad a la mosca? ¿Dejar que la tarántula la devore?". Se pregunta Carla en mi cuaderno. "Il disastro si prenderá cura di tutto", solía decir ella frente a la ventana, lo decía con sus ojos, que razonan sin hablar. El desastre se encargará de todo. Las mujeres del volcán lo saben desde siempre, lo aprendieron con los siglos, en cada erupción del Vesubio, en sus rios de lava, en las nubes de ceniza. Lo sabían las mujeres de Ercolano y de Pompeya, y las que soportaron en las galerías y cisternas de la Nápoli subterránea el hambre y los bombardeos masivos de la segunda guerra mundial.
Ellas me sacaron el vicio del orgullo, esa grasa inmunda. No con las palabras, con los dedos, con su diversidad, con esa emoción continua, intangible, irreparable, que traen los días compartidos en el profundo golfo místico, en el teatro de sus vidas. Esos días que hoy se me regalan como caramelos de carne. Digo que las mujeres del volcán le han arrancado a la naturaleza unos rasgos y unos gestos, que no hubiese osado soñar. Si me quedara algo de aliento, debería hablar de sus cuerpos…
De hambre escribo, de siglos de hambre, pero ahora el plato de pasta humea cerca mío y yo tiemblo, suspiro, y quiero dejar de una vez esta birome "maledetta". Carla dice: "¡Si mangia… Chi si accontenta gode!" El cuaderno, como siempre, insiste en cerrarse. Cuaderno que se cierra. Parpados para estarse dentro. Parpados que transparentan.

miércoles, mayo 18, 2005

Capitular

A Daniel Fiorucci, in memorian.


"El descanso del amor es una fatiga, su principio una enfermedad, su fin la muerte.
Para mí, sin embargo, la muerte de amor es una vida, doy gracias a mi bien amada por
habérmela ofrecido.
Quien no muere por su amor no puede vivirlo."

Omar Ibn-al-Faridh, (siglo XII).


Capitulo I

Chupáme .

Mi querido de lejos, ya podés cocinarte sólo. El camello delante, la pirámide atrás. Se supo lo que había que saber. Te despertás cada mañana rezando y diciendo: pronto moriremos. Ni si quiera la idea: la idea es bárbara, como la mujer. Se puede volver a la madre para verla envejecer, al padre para matarlo, al partido para sufrir acompañado. Hermanados, fraternales, las náuseas. Nunca se podrá entender: "Usa lo spray risolve tutti i guay". Así el solcito cuando se sale afuera y se dice: "afuera". Así de lejos bien podés cocinarte sólo.
Oíme por el conducto que se cierra a los cuarenta: queda la desesperanza que fuimos y los días en sucesión. Sin velocidad en el lápiz, se escribe para el fantasma, ese resto infame. Con sólo el reempuje y la memoria. Se ladra. Es una forma proletaria esa de decir en barricada, pero las palabras son ilustres y hay una angustia hombre... tal vez.
¿Dónde estás ahora, fantasmita, en este ruido que no cesa? Aldoquín que tetra. El libro rojo cita, no lo mejor rumiado, la corona del diente despegada, mordida, la oreja. Y el chingolo insiste contra el vidrio. Aún cuando la puerta al lado esté (requete) abierta. O bien observas y te desesperás, o te desesperás secamente. En el botiquín no hay más remedio que convertirse en víctima. Al homicidio de lo físico, sigue el suicidio de lo moral. Así se vence el capítulo de los vencidos:
Que se derrame el bien
Como el sentido
Como quien dice
"Chupáme" .


Capitulo II

¡Es tán simpático!

Borrachera reglamentaria y madama gay: "¡Qué gran besugo sei!" El se hizo puto cuando ella lo dejó: vieron, como el fotógrafo y la cantante. Homo sado omolca.
-El culo péntola no me vá. Cacerolita.
Después, vaya a saber cómo, ya neutral, de anfetas, la mañana siguiente con chica al lado que diciendo "no pueden moverse un poco menos", seguía diciendo, "quiero dormir". Esta vez el huerto quedo abierto, convalesciente, hasta una cierta hostilidad como de histérica en mí, que no sabía hasta ese "entonces" ser brutal con el que ama.
-¿A mí? ¿A mí tu amor puto? ¿A mí? Nadie, nada, nunca. Por una taza de café, me cojería tu cadaver degollado.
Al fin y al cabo, es la facha la que cuenta: la crueldad, esa forma enferma de la simpatía.


Capitulo III

Chingolo.

Niño de los piojos, las buscadoras. Las yemas despacito contra el cuero, el chic chac de las uñas reventando: huevitos. Templo al templo. De la errancia entrecruzada a veces y deforme, a la raya perfecta, pareja.
Con esa última cáscara dijo basta. El ángel avanza de espaldas al futuro. Lo empuja una tormenta que viene de su orígen. Dislalia. Los tontos se precipitan allí donde él, (la é mayúscula) toma un descanso. Así fue como te ensartaron, copete alzado, en lo mejor del trip. Cansado de garchar con los muchachos, víctima de la ilusión del obsesivo, te sostuvo de frente coma su hembra y no acabando nunca. Pero (siempre) el dolorcito que iba y venía. Un dolor que fue y vino. Que va y viene. Coma cuando una perra no te cumple.
Trampa que te tiene. Exalación: hacia un contenido gorjeo, el chingolo tiende. Sujeto a su imagen, el vidrio que lo espeja, su pico pica, pero no hiende. Aún(que) , si pica pica bajada de cordón toda su vida como un santo, tal vez el lustre, esa pátina, lo saque.


Capitulo IV

¿Qué tren?

Mi vida
Cielo roto y raso
De lejos
Ya bien puede cocinarme sólo
La penuria de la vela
Quien quiera que ame cotillea
Pues solo habla-ama el que te trinca
Y tren que pasa.


Capitulo V

Espejisma

Camara Laye. Amos Tutuola. Raymond Queneau. Aimé Cesaire. Wilfredo Lam. Danilo Kish. Propovic Predag. Heme aquí, todavía una mueca al mirarme el ombligo y la fiebre (mal de madre) que no abandona. Entonces, en cada vez menos de los bultos que hay (envueltos) la madurez. Más tiempo de un lado : Más angustia del otro.
Como foto, página, anteojo, se viaja. Indefinición : Interferencia. Los dos perritos miran por el cuadrado del cielo. Sin matiz acento o murmullo la pared desmorona un grano. Arenisca, te dicen. Te dicen: ¿No tenés te-vé?
Pasa y nada. No sucede y pasa. Y luego recuperás el habla, la escribienda. Esa segunda soberbia que da la risa libre de los vencidos.
-¡Deportivo che, hay que ser deportivo!
La Reyna y el Tebeo espían por el cuadradito del cielo: putos pekineses. Gente a medio hacer, desvestir vanamente. Mujeres hablan. ¡Qué no dicen!
- ( . . . )
-Aquí abajo hay un cerdo, según vos, ¿eso también es poesía?
- ( . . . )
-Lo que más ternura me da, es ver que un ateo se persigne...
- ( . . . )
El camello delante (subtitulado) , la pirámide y las palmeritas, atrás. Y allí viene el Chingolo kamikaze ahijuna, a enfrentar al Espejisma:
-¡Espejima! ¡Espejisma! No te vas a dir, Mandinga, di un direpente, sin antes payar tu evocación, tu letanía…
-Disculpe don Chingolo, pero en estos tiempos que corren no hay verdad que aguante diez guita.
-No va a ser ese floreo el que te abra cancha relumbrón, desembuchá.
-Mire que yo se lo repito siempre : ¿La liter-altura, qué le luja? Travesía.
-Si usted lo dice, por esta vez vaya y pase.
(En un aparte, Espejisma a un compadre…)
-Pero visto de no tan lejos (cuadradito) no parece que se esté cociendo sólo.
-Pa’ mí que es la tucumana ésa.


Capitulo VI

La noche.

Se habían encachilado el maridito y la chirusa. Pero no fue por mucho tiempo. Cuando se es jóven a uno le encanta que lo caguen a patadas, correrla y todo lo que ya saben. La vió venir y todavía la sigue: crecer Chechen, tomarse(la) cómoda (esta conclusión bichoca viene a llegar luego del viaje).
Suelen decir (otros) que son honestas, las que uno no se pudo cojer. Lo contrario, tampoco. Niente Aeroflot : La British. Tiempo (a la distancia, el cuadradito ovala). Los aires se puede decir que habían cambiado por entonces. Llegó la francesita con todo su candor: Deja-vú de Ana Karina, los breteles al abierto con desmadre y compartida inconciencia, porque después conciente ella se vino sóla.
-Parece que nos encontramos en un punto, dijo. (G)
Entonces, como siempre, ahí, en plena felicidad, me cacho en diez, Niza, abril, Venecia. La naifa acabó su vacanza y se volvió pa' la querencia.
El aeropuerto de Jamaica, un asco. El kiosquito donde se cambia, no cambia. Kinstong-Kinstong. La noche no podía evitar este rodeo. Lo que no llega a alcanzar la impotencia de la poesía, es todavía vacio. En la noche, el rigor es hostil a quien gusta de ellas. En la noche, no nos reconocemos.


Capitulo VII

Lo que se escribe.

Subí al bus con mi mochilita rosa fucsia fosforescente. Mi primer apretuje en tres años, negro sudado y tercermundista. Recordé que hubo inicio y los sucesivos coment(arios). En la calle, viejos taxis Siam Di Tella con el techo amarillo (aquí se llaman Morris).
Extrañamente, como en casa. También potus, jazmines, helechos. Mucha onda. Gheto. Pregunté por el cambio de bus para ir al centro. Todo conmigo me decía, me hablaba de Maradonna, bajé con él por el fumo. Es muy difícil denegar, literalmente. Te arrastran, ya sea por la simpatía. Ahí, en la bajada de la escalera le dí la guita, se fue con la bicicleta y volvió al toque, después me metió en el otro bus, y cuando estaba subiendo me dió las tres bolitas de ganja fresca. Vivir es mejor que soñar. Yo pase por las reuniones en la calle, pelo al viento, gente joven reunida. (Toda la herida, viva, en mi corazón).
Mentía y era de un egoismo atroz. Tenía una valija enorme, la mitad del contenido, cremas y artículos de tocador. Empezó por decir que eran días peligrosos. Era cierto, sin embargo, que no se maquillaba. Afuera los grones coma moscas pegajosas. Chelsea Hotel. Se ríen y si les preguntás por qué, no saben. Una cuestión anatómica heredada de la madre. Quedaba tiesa con la regla. Los síntomas no confirmaban ninguna de las teorías (las teorías no se confirman). Ella hacía todo lo contrario, se mandaba la parte y me sacaba la guita. Quisiera contarles cómo viví y todo lo que aconteció conmigo. Agitando un ramo oloroso: ¡No te retengo! ¡Vé, sé benéfica! (Y en nuestros días hasta el aire sabe de muerte).


Capítulo VIII

Ponerse bien.

El piano trepidante, la espalda de los labios lamerá. Al parecer el poeta, quien siempre estuvo orgulloso de su talento, nunca se quiso a sí mismo. Su cuerpo no era atractivo. Su rostro pasaba desapercibido. Acaso deseó tener otro rostro en el espejo (los espejos deberían reflexionar antes de devolvernos su imagen).
Le costaba mucho trabajo esconder o insinuar lo que sentía, disimular sus odios y hacerse el tonto como si nada hubiese pasado. Nunca pudo atemperar sus ademanes indomables. Generalmente, después de un tono grave y excitado, aparecía un tema casi trivial, avergonzado y culpable. Como si una melodía digna del clown oprimiera la tragedia.
-Jamás lo creerá y por lo tanto no pienso decírselo nunca.
Paciencia y saliva. Asi fue lo que de la vida fue. Y así sigue siendo. La gente guarda todo (más fuerte que el amor es el archivo).
-Usted se está poniendo bien, le dijo finalmente el "tordo", todo aquel que espera, termina por ponerse bien.
En su tumba hizo escribir este epitafio: "No he sido autoridad capaz de disciplinar mi corazón pensante y mis deseos. Esta es la tierra que vosotros dividiréis al azar. Y ni la división ni la unidad importan. Esta es la tierra. Tenemos nuestra herencia. "


Capitulo IX

No les creas a los buitres.

No es el placer la muerte, es sólo ausencia de dolor. No les creas a los buitres.
Lo que hubo no se conoce hasta que se ha perdido. Al calor de la manta sobre mi pecho una mano se demora. Aún estás conmigo. Creo que a pesar de lo débil y temeroso que pueda ser un hombre bueno, lleva encima tantos pecados como puede soportar. Un amor así no sirve. Sirve humanidad.
Ausente de mi mismo, en la ausencia me transformo. Deberías temer mis cartas, deberías quemarlas o guardarlas cuidadosamente. La vida es cruel: siente miedo de lo que sucede, de aquello que puede suceder, de los eventos. Después de haber golpeado la frente contra todos los muros, sale de la propia piel, de las venas, del ultimo aliento: hacia el otro. Y siempre manos que se apretan a tu cuello, que se retuercen locas, generosas.
-(. . .)
-¿Pero vos quién mierda sos, un discurso, o un hombre? ¿Una nacionalidad, o un hombre? ¿Una profesión, o un hombre?
-(. . .)
-Conmigo deberías abrirte, yo debo saber a quién amo.
-(. . .)
-Deberías ser simple, no buscar frases preciosas, las cosas preciosas son las que se escapan de la boca.
-Buh...
-No pienses, no calcules, sé.
-¿Sé?
Parecer de muchos y ser poco. He ahí el problema, y he aquí la solución: Esperar. Semejar. Ser de carne . Es decir: ¡Un animal!
La próxima vez no deberíamos hablar de estas cosas. Shhh... No hablemos. ¿Qué es lo más importante? Conocer y ocultar. Conocer algo sobre el bien amado y ocultar que lo amas. En ocasiones, el pudor es más fuerte que la pasión: la pasión del secreto, la pasión de la revelación. Me es aún más insoportable nombrarte, que no saber.



Capitulo X

Resurrección.

Mi primo Estéban un día, cuando no tenía más de diecisiete años, recibió una patada en el muslo jugando al fútbol. El hematoma perduró, devino tumor maligno, fue operado, le extrajeron una porción de hueso de su pierna derecha, luego otra. Nunca se quebró el que sin embargo sufría periódicas extracciones de osamenta. Nunca entregó su espíritu rebelde, desgarrado, ni aún en los postreros días, cuando lo ví la última vez en una cama de hospital, con sólo los despojos de su cuerpo. Aún allí su espíritu resplandecía, llenaba la habitación. Su rostro era sonrisa luminosa, voluntad de dar, de entregarse a la simpatía del otro, de promoverla, de provocarla, entre ataque y ataque de dolor el seguía siendo luz sin mácula. Santo.
¿Porqué entonces se empecina en seguirme con su cojera, el hermoso, el amado primo? ¿Acaso sabe que un día yo...?
-Ves, en este pedacito de tierra está Estéban. Del nombre no le queda más que la é mayuscula. Pobre loco, lo fue perdiendo todo menos la razón.
Aún enfermo para él nada era difícil: salvo el amor. Por eso tal vez lo quisieron tanto las mujeres fáciles. De idéntica condición otros tantos seres circunscriptos por espesas capas de alma, mediterráneos en ansia de un entrarse en la carne, de una salida al mar. Porque el amor es un gran océano de dicha. El secreto del fastidio: el tiempo. Un silencio de estopa. La invisible actualidad. Y andamos y andamos cojeando como Esteban detrás mío, para exibir nuestro pasado: las fotos reveladas. Y nuestro futuro: las fotos por revelar.
Nada consuela tanto la decepción propia como comprobar la decepción ajena. Tenía una vaga
idea de ello y solía rabiar contra los flemáticos. Sea cual fuere la verguenza que me alcance, no quiero renunciar a mi desesperación, ni a mi honestidad. Yo les digo: no se desapasionen, porque la pasión es el único vínculo que tenemos con la verdad. Y un día como cualquier otro y sin que ustedes lo perciban, yo los habré resucitado.