sábado, julio 19, 2008

Casa


I

Un primo cieco tentativo svanisce. Fu languido quel bacio di debole rugiada. Buttammo giù quella parete, per scoprire dall’altro lato, una bellissima finestra ad arco dai contorni celesti. Sapevamo che era lì ma fino a quel giorno non avevamo mai pensato di averla vista. Un gesto triste...vano. Ora lo spazio vuoto era più grande. E io e te a casa, e tutto il tempo davanti a noi, e forse altre case e altri cieli incorniciati, belli e terrificanti.

In questa casa svuotata, io costruisco un corpo di fronte a te, il mio. Così inizia la felicità, una scia di lumaca bianca e azzurra con la casa sulle spalle, con calde stufe quando piove, con pavimenti di mattoni irregolari e muri enormi, che la cresta fiera di una palma incorona. Non siamo architetti arabi, lo so, e non faremo della nostra piccola felicità palazzi voluttuosi. Siamo soltanto lumache e lasciamo nostro malgrado, questa bava appiccicosa dove ci trasciniamo. Quella vita che andiamo perdendo. Tra finestra e finestra, fra i quadrati consumati del cortile, nei vecchi vasi senza fiori e nell’enorme corridoio che non mi stanco di pulire, la follia dimora.

Ti confesso con tutta l’anima, che non so vivere, che tutto si squarcia sotto i miei piedi, che inganno, m’inganno, vedo doppio e solo la scrittura mi restituisce un po’ d’integrità. Credo che questa casa si possa svuotare ancora, recintarla in modo che nessuno veda ciò che succede dentro, proibirla, isolarla, aprirla più ancora verso il cielo. Potremmo perfino trascinarla in campagna, inondarla in parte. È talmente acqua questa felicità che voglio dividere con te, che non vorrei più bagnarmi solo. Senza fontana, senza oche, tuffi di bimbi. Senza casa.

II

Giochiamo sempre. Sto giocando. Abbiamo sempre giocato e tu vincevi sempre. Se alla fine ho vinto io fu perché sei stata tu a lasciarmi… Vedi, vedi, lì stà la tua follia, pulita e chiara come quando io ti sognavo, perché...Come potrebbe un ragazzo sporco, e cupo, immaginare una donna felice? Ti ho incontrato in quella stanza che abbiamo costruito, che io volevo fare per te e tu volevi. È l’unica cosa piena in uno spazio interamente vuoto. Lì in fondo, nel retro, con il rumore dei treni e la musica degli antenati, dove ci si abbandona all’amore. Altare pagano, cucina di fragranze, enumerazione. Quel luogo traboccante di peccati, come un confessionale.

Fu un miracolo che ottenessi il mio rispetto per il tuo antro, appena pronto e ancor prima che fosse colmato dalla tua presenza. Davanti a quella magia m’inchino all’inizio di questa felicità fatta di paura, svuotata come un calco “nei” nostri corpi.

III

Io ti festeggio casa, antica casa, mura bianche, finestre ad arco, aria andalusa, vetri celesti e rosati, libri e cani. Festeggio il tuo cullare che annuncia le fusa di una donna avida, sincera, piccola ed infinita, che è venuta ad abitarmi, ad essere un corpo in questo nulla, in questa collezione di fantasie che mi si stacca e che io chiamo, “la nostra casa”.


Foto: Gustavo Piccinini
Traduzione: Willy Becherelli-Andrea Minca


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