sábado, julio 19, 2008

ITALO MAGOO III


Le mosche

(Versión del cuento de Horacio Quiroga)


Quando sfoltirono la foresta

L'anno scorso

Gli uomini abbatterono quest'albero

Che giace in un deserto di ceneri

E conserva (quasi intatta) la sua corteccia

Seduto, con il dorso appoggiato al tronco

Anch'io sto fermo

Immobile


In un punto della schiena

(Non so quale)

La colonna vertebrale mi si è spezzata

E così come sono caduto dall'alto

Rimango seduto

(Rotto, sarebbe meglio dire)

Contro l'albero rotto


Presto ho cominciato a sentire un ronzio

(Il ronzio della lesione al midollo, penso)

Che lo inonda tutto

Non posso più muovere le mani

Qualche dito riesce però a scorrere le cenere


Chiarissima e capitale

Mai se n'è presentata alla mia mente, deflagrante

Come un gran colpo assestato in silenzio

Una più netta verità:

Tra un instante morirò

Tutte le altre, fluttuano danzando

In un riverbero lontanissimo di un altro io


Ma quando?

In che istante quest'esasperata coscienza

(Di star vivendo ancora)

Lascerà il posto ad un quieto cadavere?

Nessuno si avvicina a questo terreno

E nessuno si avvicinerà...


Per l'uomo che è seduto lì

Così come per il tronco che lo sostiene

Le piogge si succederanno bagnando corteccia e vestiti

Il sole asciugherà licheni e capelli

Finché la foresta non ricrescerà di nuovo

Unificando alberi e potassio


Questa è la verità

E nulla nella serenità dell'aria la denuncia!

Ma per l'oscura animalità che resiste

Per il battito e il respiro minacciati di morte:

Che vale la verità, di fronte alla barbara inquietudine

Dell'instante preciso, che scoppierà come un petardo

Lasciando come unico residuo

Un ex uomo il cui volto guarda fisso, davanti a sé?


Il ronzio aumenta

Continuo

Si stende adesso sui miei occhi, un velo di densa tenebra

E poi vedo la porta della muraglia

Che circonda la piazza di un mercato marocchino:

Da uno dei battenti esce al galoppo sfrenato un branco di puledri bianchi...

Voglio chiudere gli occhi e non ne sono più capace

In una stanzetta d'ospedale quattro medici

Si ostinano a convincermi che non morirò


-Allora, dice uno, non le rimane altra prova per convincersi se non la gabbietta di mosche. Io ne ho una. Mosche verdi da punta, le affitto a prezzo modico.


Improvvisa si fa strada in me la rivelazione:

Le mosche!

Sono loro che ronzano!

Da quando sono caduto sono subito accorse

Hanno già fiutato la prossima decomposizione dell'uomo seduto

E volano tutto intorno senza fretta

Misurando con gli occhi le proporzioni del nido

Che la sorte ha offerto alle loro uova


Ma ecco che quell'ansia disperata di resistenza, si placa

Non mi sento più un punto immobile

Sulla terra

Radicato nel terreno

Da una pesantissima tortura

Sento che fluisce da me, insieme alla vita

Anche la leggerezza dell'aria che mi circonda

La fecondità dell'ora


Libero dallo spazio e dal tempo

Posso andare qui, lì, su quest'albero, su quella liana

Posso alzarmi e volare, e volo

E mi poso con le mie compagne sul tronco caduto

In mezzo ai raggi di sole

Che prestano il loro fuoco

Alla nostra opera

Di vitale rinnovamento


Foto: Gustavo Piccinini


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