martes, mayo 31, 2005

ITALO MAGOO


Saffiche

Belli e nobili gli amici che tu adolori, Rimprovero. Concedetemi che la mia amata qua giunga incolume e che cancelli tutti gli errori che in passato ho comesso. Va chiama le cose in cui ho errato prima, quelle scioglierle, chiama tutto ma non la festa.

Gli uomini non possono mai essere del tutto felici, ma possono pregare di aver parte. Ecco sull’altare la carne di un candido ariette. La fatica ha stremato il cuore, la notte è vicina, verso di te il mio pensiero non potrà mai cambiare. Il dolore mi avvolge e via da me vola Desiderio inseguendo Lei dal seno viola. Vada errando, voli intorno a te che sei bella, e io ne godo quando ti guardo di fronte, e questo sappi nel tuo cuore, che io da tutti gli affani vegliare in festa per tutta la notte vorrei, che noi pure in giovinezza queste cose facevamo, che molte e belle cose viviamo, che anche tu un tempo eri una fanciulla e amavi cantare, cantando la amore tuo e della sposa dal seno di viola. Questa visione veramente mi ha turbato: appena ti guardo un breve istante, nulla mi è più possibile dire, e desidero e bramo per il mio pianto.
Io ero innamorato di te, mi sembravi una bimba minuta e sgraziata, Eros ha squassato il mio cuore, come raffica che irrompe sulle querce montane, io ti desideravo e hai refrigerato il mio cuore che ardeva di passione. E credo che in nessun tempo vedrà la luce del sole una ragazza pari a te in Sofhia. Io amo la raffinateza e voi lo sapete, e a te l’amore per il sole ha dato in sorte splendore e belleza.
Oh Sogno, tu che attraverso la cupa notte ti aggiri, quando il Sonno dolce dio, davvero terribilmente affani!
Ma lei voleva andare, Rimprovero, e mi lasciava piangendo a lungo. E asciugando le mie lacrime con il suo fazzoleto così mi diceva.
- Ah, che pene spaventose soffriamo, caro amico. Davvero contro il mio volere ti lascio.
Ma io non conosco ira e rancori, il mio cuore e mite. E così le rispondevo: "Va’ e sii felice e di me serba memoria. Tu sai quanto ti volevo bene, ma se non lo ricordi, allora io voglio farti ricordare tutti i momenti e belli che abbiamo vissuto insieme: con unguento floreale placavi il desiderio e non c’era festa ne sacrificio ne fragore ne danza, da cui noi fossimo asseenti…"
Ora fra le donne Partenopee spicca come talvolta, tramontato il sole, la luna dita di rosa. Supera tutte le stelle e posa la sua luce sul salso mare come sulle campagne rigogliose di fiori e la bella rugiada si è diffusa ed è in fiore il myrto e i teneri cerfogli e il meliloto. Un canto dolce, voce di miele canta Afrodita, la sposa dal seno di viola. Il respiro si ferma. Le cosce si contragonno. Sudore. Voglio avere compagne, diceva. Posa intorno alle chiome corone graziose, "chi si adorna di fiori è più bella, più dolce a vedersi." Piena si mostrava la luna, e le ragazze si disposero intorno all’altare. A un suo chiamato l’usignolo, nunzio di primavera, mi porta.
-Avvicinati dunque e dimmelo donzella di piede leggiadro prima che Aurora lucente disperse ogni cosa.
-Sposo fortunato, dice con un sorriso Afrodite, non vedi che sono già celebrate le Nozze. E tua la ragazza che sognavi…
-Eccomi, sono sempre tua. Sono Eco!
Oh Delirio, tu che atraverso la cupa notte ti aggiri, quando il Sonno dolce dio, variegato di mille colori, vuol chiudere gli ochi! E tramontata la luna. Eros che dona i dolori dorme sul seno di una vitella pregnata. Il tempo trascorre, la notte è al mezzo, io dormo solo. Accanto a me odora di viola un fazzoletto gocciolante di lacrime.




Iacco

"La potente generò il potente"

La bellezza era possibile quando nel felice coro
Godevamo visioni
E c’iniziavamo a quella che fra tutte è
La iniziazione più beata
Allora esultavamo integri e perfetti simulacri
Semplici e sereni e felici
Liberi da questo sepolcrale segno di riconoscimento
A noi attaccato come un’ostrica
La legge del silenzio custodisce con cura
Ciò che si è scoperto tardi…

E ora già di lasciare dietro "le ingiurie del carro"
Per avere il diritto di amare le poesie
Bisogna prima amare i poeti
Iacco: Andiamo nei prati
Dove fioriscono le rose, in gran copia
Facendo festa a modo nostro, con bellissime danze
Iacco
Vieni su questo prato a danzare
Scuotendo intorno al capo la corona di mirto
Carica di frutti

Freme il ginocchio dei vecchi
Scrollano via le pene e i lunghi anni dell’età tarda
Ecco il prato risplende di fiamme
Iacco o Iacco
Che il canto soave della festa hai inventato
Vieni dalla Dea insieme a noi
Amante delle danze
E mostra come senza fatica tu compi una lunga strada
Voi che prendete parte alla divina festa
Fatevi avanti ora nel cerchio

Ecco tutti i miei amati simulacri
Proteggi questo coro che è tuo Demetra
Fa che al sicuro tutto il giorno
Si possa scherzare e danzare
E che io dica molte cose ridicole
E molte altre serie
E che dopo le risa e le beffe
Sia coronato da lei…

Iacco amante della gioia
Col ritmo ardito del piede
Ravviva le ardenti braci
Scandisce la festa sfrenata
Ognuno dunque s’addentra nel fiorito grembo
Cantando e motteggiando
Le donne portano in giro battendo le mani
I dolci di sesamo e miele chiamati Mylloi

Eroismo dell’ anima è vivere
Eroismo del corpo morire
Io vado con i ragazzi e le fanciulle
Dove c’è la veglia in onore della Dea
Iacco zafferano! Fa sì che sia
Coronato da lei…




Giardini di Adone

Conoscere le rose
Nel suo temprano sbocciare
Ecco dalla mia bocca
Sputo anche il miele
Dolce più dell’amore non c’è nulla
Si riconosce sùbito
Nei tratti la figlia è in tutto
Simile alla madre
Guardala:
Quella saggezza
Quella sua dolcezza…

Sarà felice Afrodita
Perché è tessuta con arte
Odora di nettare
Lo splendore del suo corpo
E stata Poliàrchide a erigerlo?
Non rimpiangono le braccia dei vili
Le sue membra
Chi non ha avuto i baci di Cipride
Non sa che fiori sono le Rose

Ospite, se a la volta di Lesbo melodioso tu navighi
Per cogliere di Saffo il più bel fior dei canti
Dì che a la dea diletta
E simile ad essa
E nata a Tergeste, Annarosa
Profumata dai giaggioli di Nosside
Sulle cui tavole Amore stesso spalmò la cera

E se per caso, fesso e fiso, trovasi di me un giorno
Il simulacro
Scoppia in una chiara risata quando passi
E una parola amica rivolgimi
Io sono Magoo di Lomas
Un qualche poco usignolo delle Muse
Ma in lazzi, tragedie trasmutando
Ricolsi d’edera un serto mio:

Com’è bello per i genitori
Aver procreato figli a loro simili!




Anitite

Ti hanno messo redini rosse i ragazzi
E il morso nella tua bocca
Per condurti, docile
Nei loro giochi infantili
Eri distratta d’Amore
Quando il crudele pescatore ti ha rapito
Sollevandoti dalle acque appiattite:
A te sempre piacque godere dalle rive
Il luccicare delle onde
Per propiziare la rotta ai naviganti
Il tuo collo dal fondo degli abissi
Al mare aperto
Non solleverai più, cara
Ne più guizzerai lungo le belle fiancate
Delle navi
Sbuffando di gioia:
Cui piango la vergine Partenope
Fanciulla frigia
La cui bellezza e saggezza spinse molti pretendenti
A chiederla al padre
Ma rese vana la speranza di tutti …
Versavi lacrime di bimba mentre dormivi
Quando venuto furtivo un brigante
Fulmineo ti ha trafitto
Conficandoti l’artiglio in gola
Dal corpo minuto
Tomba comune di grillo e di cicala
Robusto sangue nero è sgorgato
Bagnando la terra nell’afflizione della morte
E invece dello splendido letto nuziale
E dei sacri imenei
Su questa tomba di marmo
Tua madre ha posto
Dell’artista di Clìtore una coppa
Capace di contenere un bue
E una statua che è il tuo vivo ritratto
Vedi, si può parlare anche se non ci sei
Non più adesso mi butterai giù dal letto
Amica:
Stendi il tuo corpo spossato
Una dolce brezza mormora tra le foglie
Sii felice
E lascia che il mare tremi alla vista
Di quello sfolgorante simulacro




I bambini maledetti

Le loro prime carezze
Strana scaltrezza passiva accettazione sorniona furtività
Lei era smarrita
Disorientava e faceva soffrire
Non era una bambina
E nemmeno troppo schizzinosa
Falsa nei fatti e fallace nella finzione
(Senti chi parla)
Perforabile come una sacca gonfia di sangue
Poteva contare su due o tre sogni
Spaventosi
Per indietreggiare con occhi furibondi
(Mi spiace micia ma resta così)
Dopo il primo contatto
Così lieve
Così tacito
Tra le morbide labbra
E la morbida pelle
Niente sembrava essere cambiato
Le sue mosse segrete
Il trarne quel non palesato godimento
Dissimulando davanti al simulatore
La propia consapevolezza
Una sensazione tattile
Un punto cieco
E tutto era perduto
(Che cosa dici?)
Era come si venisse issato un segnale
Uno sciagurato prurito
Di finto risentimento
Quei modi
Quell’approccio astuto e malinconico
Troppo irresistibile per non essere gustato in segreto
Troppo sacro per essere apertamente violato
(Allora?)
Incanto
Sempre in agguato dietro il silenzio delle imboscate
E i suoi accorti e minuziosi vezzeggiamenti
Il respiro bruciante
Le labbra schiuse
Molto tempo prima
In un passato indefinito e infinito…
Alla bambina piaceva stare
Seduta a un tavolo
Nel caldo implacabile
Così piccola
Così poco vestita
Come un’orchidea che imitase un insetto
Mescolando una specie a un’altra nel disegno
La punta della lingua le si arrotolava
All’angolo della bocca
Lo specchio di Venere
Si chinava su di lei
Mentre lei si chinava sulla propia opera
Poteva guardar giù la sua lucente ensellure
Fino al coccige
La bizarra bambina
Dai capelli ala di corvo
Così piccola
Così poco vestita
Con il cuore che martellava
Senza ammettere la propia accetazzione
Non avrebbe più potuto fermarlo
Lasciava che le sue labbra scendessero
Per il suo tiepido collo
E sulla sua nuca calda
(Sopportare più a lungo l’estasi di quel contatto)
(Già fatto)
Il vivido imporporarsi di un orecchio scoperto
Il graduale torpore che invadeva il pennello
Un segno temibile
(Se tu lo dici…)
L’immagine che si era appena lasciato alle spalle
Come una fiamma
Protetta da una mano e trasportata nel buio
Tornava alla purezza
Dove sedeva una ragazzina ora luccicante di sudore
Con un meraviglioso fiore scarabeo in grembo
Ma la natura è movimento e crescita
(Un vicolo cieco)
(Non è vero)
E l’ignominia e l’ambiguità
Di un imcomparabilmente maggiore rapimento
Le si aviccinò una sera a piedi nudi
Il bacio l’estasiò e la confuse
(Senti, ho da fare)
(Anche io)
Con un bel sorriso si voltò di nuovo
Verso il suo terrificante fiore
E la mattina dopo
Con un balzo
La tigre della felicità
Si materializò al suo fianco.



Orfiche

"Chi intende fare offerte agli dèi, ofre per primo al volo, un volatile. Cosi disse e sollevò il peplo, ed esibì per intero un luogo del corpo per nulla decente. Ma Iacco fanciullo si precipitò con la mano, ridendo, sotto il grembo di Baubò. Di ciò sorrise la Dea, e si rallegrò nel suo animo, e accettò la variopinta brocca, dove era il Ciceone"

Leggevi i libri a tua madre
E poi di notte coperto con una pelle di cerbiatto
Euòi sabòi, euòi sabòi, danzavi
Con il fango e con la crusca
Purificavi gli iniziati:
Ho fuggito il male, ho trovato il meglio
Orgoglioso, perché nessuno mai grida
Con voce tanto acuta
Hyes attes hyes attes

Le vecchiette ti salutavano
Come corifeo
Come guida
Come portatore di edera
Come portatore del vaglio
E così di seguito:
In cambio tu ricevevi
Pappe di pane inzuppato
Ciambelle e dolci freschi

Chi non si sentirebbe felice, così
Della propia sorte?
Come se il figlio di Calliope e di Eagro tu fossi
E al re delle Muse tu seguissi, suonavi la cetra
Il tuo suono muoveva alberi e sassi
E con questo pneuma agli uomini scoprivi
Lettere e sapienza:
Vediamo per mezzo della luce splendente
Nulla vediamo per mezzo degli occhi
Perché soltanto per noi, iniziati
É sacra la luce del sole

Il Ciceone si è bevuto
La discesa

Ciò che ti è stato dato, consumalo
Getta nel canestro
Cono astragali specchio
Perfette ecatombi
Gli uomini invieranno in dono
Attes hyes hyes attes
Attes hyes hyes attes

Trottola e rombo e bambole
Con le membra articolate
E belle mele dorate dalla voce sonora
Getta nel canestro
Nessuno mai griderà
Hyes attes hyes attes
Con voce tanto acuta
E nella brama di liberarsi degli empi progenitori
E della follia senza fine celebreranno i riti

Canterò per chi è in grado di comprendere
Parole conformi a verità e giustizia
Ho mangiato dal timpano
Ho bevuto dal cimbalo
Ho portato il vaso
Sono sceso
Ho versato devotamente
Il mio seme
Nella fenditura sotterranea

Gioisci, tu che hai sofferto!
Capretto cadi nel latte
Gioisci, tu che hai sofferto!
Ariete cadi nel latte
Escrescenza di un corpo
Molto indolente
Cadi nel latte
Gioisci, tu che hai sofferto!
Struzzo, balza nel latte

Gioisci, si
Perché adesso cammini lungo la strada
Che va verso i prati
Della sacra Carnia
Dove ancora le donne
Dedite ai riti orgiastici
Fin da tempo molto antico
Hanno l’odore del sangue concepito
E dello sperma umano

E dopo averne goduto
Fino in fondo
Fa risuonare grida divine
Hyes hyes hyes attes
Hyes hyes hyes attes
Il corpo alla potenza della morte
Si adegua
Poi vivo rimane ancora un simulacro
Perché solo questo discende dagli dei

Ora ognuno si allontani dalle case
E la bocca consacri, tenendola muta.




Fin Amour

Dalla torre innalzando
Il flauto la sua nota più acuta
Attrae - Fuga
Il contorno - Delle ombre
Trema ancora la voce nello specchio
Al canto suo vola l’usignolo
Torna mio Signore a far la sposa

(Trad. Arianna Farabollini)



chiaro certo Ridente – il suono
è venuto a confusione – Strisciando
non c’è stato sollievo nella notte – Assetata
una spada negli occhi – Inchiodata
da sette Guaine il tuo sguardo – diserta
di Sogno vero – il tuo trafitto risveglia

(Trad. Arianna Farabollini)




Femminile- Maschile

Rumore italico
Confusione
Attaccamento
Un’ora di lettura ininterrotta
E nonostante ogni riga un frammento
Titoli
Inizia il testo
Uscire dalla capsula
Atterramento
Angoscia?
Non serve
Notte vuota
Amore ingenuo
Pace nella memoria
Senza dolore, ricordo
Alla trapassata luna
Ritaglio di solitudine
Occhio chiuso o lacrima
Racconto sempre lo stesso
Conto i giorni
Non per nostalgia, già scarna
Già osso
Non per rimorso
Per essere fuori casa
Casa magica di sangue e sogno
Casa Pampa
Mi lamento

(Trad. Arianna Farabollini)



Sono i tuoi occhi

Candele accese sulle pietre
Sono i tuoi occhi
Soldati ciechi
Soldati feriti
Uomini impavidi di cappello alato
I tuoi occhi possono tutto
La nostra casa di giunchi accanto al fuoco
Lì dove disegnavi
Con il tuo dito sottile nell’aria
L’acqua
Vuoi ancora acchiappar fiori nella schiuma?
Passeri di legno tra piume dorate?

(Trad. Arianna Farabollini)




TOTOTICHE


Sparo in aria

É un Luigi
Beh, il fratello di Luigi
Una poltrona antica
Dicevo sul collo
Irritato?
Mai stato così allegro come oggi
Spuntata per davero
É rotta?
Noi siamo stati sedutti fino adesso Signorina
Ma se è rotta
Io volo
Dico vogliamo far ridere i polli?
Li vogliamo far ridere veramente questi struzzi?
Allora avrei bisogno d’una Cadillàc spaziosa!
E bisognarebbe aggiungere perlomeno millencento Fiat
Magari un autobùs fuoriserie
Mi dica la verità Signorina
Sono recidivo?
Abusivo?
Appunto dico
Di padre in figlio
Siamo arrivati a me
Lei è notaio?
S’informi
S’informi
Mi spiego benissimo
Io sono miliardario
Ecco
C’è gente dentro?
Ammalati?
Si manda lo sfratto
Quanto possono campare?
E poi mi li faccia fuori
Piazza pulita!
Io intanto volo
Scappo
Lei cosa fa?
Un cappucino
Invece no, un monaco machiato
Guardi sulla guida monaci…
É morto Aristofane?
Come passa il tempo!
Capisco
Dunque
Lei avrà saputo della sciagura?
Non me ne parli
Povero Sciòpen
Povero
E allora?
Non ho niente da temere
Sparo in aria




L’eredità

Questo mi giunge nuovo
Qua dice che è compreso un busto in oro del Duce
Non è che il Duce portasse il busto!
Bello tutto dritto
Aitante
Penso
Portava un reggipetto
La panciera?
Abbia pasienza
Io non offendo
Io cerco di disficoltarlo
Sono tattomane
Avete del tatto, voi ?
Non so se farvi le congratulanze
L’ha fatto lei ?
Che buffone!
Ma mi manca una valigia
E chi l’ha fatto?
Veramòn ?
Mi dia la mano
La scienza va premiata!
Sa, io sono generoso
Magnanimo
Mi dia le manine
Gliela tenga così, forte
Forte forte forte
Si copra questo ochio qui
Ecco
Bravo
Lei col pimice e il pomice
Mi fa la cortesìa ?
Mi allarga un po…
Fermo
Fisso
Ecco fatto
Vigliacchibus
Mascalzonibus
Farabuttibus
Troppo diverténte!
Cos’è?
Il priore non mi lo ha detto
Ma io vorrei rispondere
In primis et antimonio
Fiat voluntas tua
E che Dios ce la mandi buonam


Quisquilie

Ogni limite ha una pazienza
In my paese sfottere me?
Me faccia un fischio e un pernachio
Ma che sia gelato
Però
Adesso ho capito tutto
Ostrega
Qui si parla in italiano!
Ma io sono un signore
Un galantuomo
Un musicista
Qui ci sarà scrito:
"In questa casa il cigno di Caianiello
compose la sua opera"
Io sono un genio!
Ineducato villanzone
Ti do uno schiaffone
E me ne vado al isola delle sirene
Vino di Capri, fegato fritto et baccalà
A me!
Contadini
Facchini
Mezzadri
Capponi!
Va be’, si capisce
Differenza
Deferenza
Ma tu il pisello ce l’hai?
No?
Allora facciamo un po’ di pomicio
Ah, pomiciare!
Noi viviamo col tappo
E se volessimo stapparci?
Mi dia uno sguardo all’uccello
Ma cosa avete visto?
Lo spaventapassere?
Una cosa spinta
Quando si ride
Fa sempre bene
Il comico deve essere
Antico e lazziatore
Ma non vi spaventate
Tutti i barboni hanno questo difetto
Quisquilie
Io non sono che un ombra
Una larva
Un Romeo di sottopassagio
Un fantasma gentile
Un innamorato errante
Un grido solo
Nel buio
Con le suole di gomma
E il cuore
A prescindere
Prima e dopo il pasto.


Il formaggio con le pere

-Ah Giulietta, calami la scaletta !
-Ma scusi, urge ?
-E d’uopo
-Siedi piuttosto e non avere fretta
-Ma dove seder se qui sgabel non v’è ?
-Siedi su quel pendio oppur favella in piè
-Favellerò di botto in piedi da qui sotto
-Che cosa domandate ?
-Domando se mi amate
-Svèlati, palèsati, cerca moglie, poffarbacco!
-Un tuo capello, Giulietta, tira più
-Non infrangere la struttura della patria, il cemento armato della nazione!
-Io t’amo in ogni modo
-Allora ciappa!
-Oltre al cuore io voglio tutto il resto
-Pure le frattaglie ?
-Lubrica!
-Lenone ruffiano prosseneta!
-Salgo su nella stanzetta?
-Ci vedremo in altro loco
-Già son tutto fuoco
-Un anticipo?
-Che si sommuovano le nobili terga! Lo voglio!
-Tu sei un po troppo ubiquo
-Manntengolo
-Porco
-Ah, com’è buono il formaggio con le pere !


L’autarchico

Io sono autarchico
L’umanita l’ho divisa
In due categorie di persone
Uomini…
Come chiamare
Quela fisica angoscia
La squallida indigenza
E la peluria di cibo
Nella misera bicocca
Dove si vive
Uomini
E poi
Caporali…
Che tiranneggiano
Che maltrattano
Che umiliano
Invasati dalla loro bramosia di guadagno
Sempre a galla
Con la sola bravura
Delle loro facce toste sempre pronte a vessare
Dunque dottore, ha capito ?
Caporale si nasce

No hay comentarios.: